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Canti di Castelvecchio




Poesia

 Io sono una lampada ch’arda
 soave!
 la lampada, forse, che guarda
 pendendo alla fumida trave,
 la veglia che fila;
 e ascolta novelle e ragioni
 da bocche
 celate nell’ombra, ai cantoni,
 là dietro le soffici rócche
 che albeggiano in fila:
 ragioni, novelle, e saluti
 d’amore, all’orecchio, confusi:
 gli assidui bisbigli perduti
 nel sibilo assiduo dei fusi;
 le vecchie parole sentite
 da presso con palpiti nuovi,
 tra il sordo rimastico mite
 dei bovi:

 II
 la lampada, forse, che a cena
 raduna;
 che sboccia sul bianco, e serena
 su l’ampia tovaglia sta, luna
 su prato di neve;
 e arride al giocondo convito;
 poi cenna, 
 d’un tratto, ad un piccolo dito,
 là, nero tuttor della penna
 che corre e che beve:
 ma lascia nell’ombra, alla mensa,
 la madre, nel tempo ch’esplora 
 la figlia più grande che pensa
 guardando il mio raggio d’aurora:
 rapita nell’aurea mia fiamma
 non sente lo sguardo tuo vano;
 già fugge, è già, povera mamma,
 lontano !

 III
 Se già non la lampada io sia,
 che oscilla
 davanti a una dolce Maria,
 vivendo dell’umile stilla 
 di cento capanne:
 raccolgo l’uguale tributo
 d’ulivo
 da tutta la villa, e il saluto
 del colle sassoso e del rivo 
 sonante di canne:
 e incende, il mio raggio, di sera,
 tra l’ombra di mesta viola,
 nel ciglio che prega e dispera,
 la povera lagrima sola; 
 e muore, nei lucidi albori,
 tremando, il mio pallido raggio,
 tra cori di vergini e fiori
 di maggio:

 IV
 o quella, velata, che al fianco
 t’addita
 la donna più bianca del bianco
 lenzuolo, che in grembo, assopita,
 matura il tuo seme;
 o quella che irraggia una cuna
 —la barca
 che, alzando il fanal di fortuna,
 nel mare dell’essere varca,
 si dondola, e geme—;
 o quella che illumina tacita
 tombe profonde—con visi
 scarniti di vecchi; tenaci
 di vergini bionde sorrisi;
 tua madre! . . . nell’ombra senz’ore
 per te, dal suo triste riposo,
 congiunge le mani al suo cuore
 già róso!—

 V
 Io sono la lampada ch’arde
 soave !
 nell’ore più sole e più tarde,
 nell’ombra più mesta, più grave,
 più buona, o fratello!
 Ch’io penda sul capo a fanciulla
 che pensa,
 su madre che prega, su culla
 che piange, su garrula mensa,
 su tacito avello;
 lontano risplende l’ardore
 mio casto all’errante che trita
 notturno, piangendo nel cuore,
 la pallida via della vita:
 s’arresta; ma vede il mio raggio,
 che gli arde nell’anima blando:
 riprende l’oscuro viaggio
 cantando.

La partenza del Boscaiolo

 I
 La scure prendi su, Lombardo, 
 da Fiumalbo e Frassinoro!
 Il vento ha già spiumato il cardo, 
 fruga la tua barba d’oro.
 Lombardo, prendi su la scure, 
 da Civago e da Cerù:
 è tempo di passar l’alture:
 tient’a su! tient’a su! tient’a su!

 II
 Più fondo scavano le talpe
 nelle prata in cui già brina. 
 E tempo che tu passi l’Alpe,
 chè la neve s’avvicina.
 Le talpe scavano più fondo. 
 Vanno più alte le gru.
 Fa come queste, e va pel mondo:
 tient’a su! tient’a su! tient’a su!

 III
 Per le faggete e l’abetine,
 dalle fratte e dal ruscello,
 quel canto suona senza fine,
 chiaro come un campanello. 
 Per l’abetine e le faggete
 canta, ogni ora ogni dì più,
 la cinciallegra, e ti ripete:
 tient’a su! tient’a su! tient’a su!

 IV
 Di bosco è come te, la cincia: 
 campa su la macchia anch’essa.
 Sa che, col verno che comincia,
 ti finisce la rimessa.
 La cincia è come te, di bosco:
 sa che pane non n’hai più. 
 Va dove n’ha rimesso il Tosco:
 tient’a su! tient’a su! tient’a su!

 V
 Le gemme qua e là col becco
 picchia: anch’essa è taglialegna.
 Nel bosco è un picchierellar secco 
 della cincia che t’insegna.
 Col becco qua e là le gemme
 picchia al mo’ che picchi tu.
 Va, taglialegna, alle maremme.
 tient’a su! tient’a su! tient’a su!

 VI
 Ha il nido qua e là nei buchi
 d’ischie o d’olmi, ove gli garba;
 e pensa forse a que’ tuoi duchi,
 grandi, dalla lunga barba.
 Nei buchi erbiti dove ha il nido,
 pensa al gran tempo che fu;
 e getta ancora il vecchio grido:
 tient’a su! tient’a su! tient’a su!

 VII
 Un’azza è quella con cui squadri
 là, nel verno, il pino e il cerro; 
 con cui picchiavano i tuoi padri
 sopra i grandi elmi di ferro.
 Tu squadri i tronchi, ora; con l’azza
 butti le foreste giù.
 Va ora senza più corazza. . . 
 tient’a su! tient’a su! tient’a su!

 VIII
 Rimane nella valle il canto.
 Sono ormai, le cincie, sole.
 La scure dei lombardi intanto
 lassù brilla contro al sole. 
 E sempre il canto che rimane,
 giunge in alto alla tribù,
 che parte a guadagnarsi il pane;
 tient’a su! tient’a su! tient’a su!

L’uccellino del freddo

 I
 Viene il freddo. Giri per dirlo
 tu, sgricciolo, intorno le siepi;
 e sentire fai nel tuo zirlo
 lo strido di gelo che crepi.
 Il tuo trillo sembra la brina 
 che sgrigiola, il vetro che incrina. . .
 trr trr trr terit tirit

 II
 Viene il verno. Nella tua voce
 c’è il verno tutt’arido e tecco.
 Tu somigli un guscio di noce, 
 che ruzzola con rumor secco.
 T’ha insegnato il breve tuo trillo
 con l’elitre tremule il grillo . . .
 trr trr trr terit tirit. . .

 III
 Nel tuo verso suona scrio scrio,
 con piccoli crepiti e stiocchi,
 il segreto scricchiolettio
 di quella catasta di ciocchi.
 Uno scricchiolettio ti parve
 d’udirvi cercando le larve. . . 
 trr trr trr terit tirit. . .

 IV
 Tutto, intorno, screpola rotto.
 Tu frulli ad un tetto, ad un vetro.
 Così rompere odi lì sotto,
 così screpolare lì dietro. 
 Oh! lì dentro vedi una vecchia
 che fiacca la stipa e la grecchia. . .

 trr trr trr terit tirit. . .

 V
 Vedi il lume, vedi la vampa.
 Tu frulli dal vetro alla fratta. 
 Ecco un tizzo soffia, una stiampa
 già croscia, una scorza già scatta.
 Ecco nella grigia casetta
 l’allegra fiammata scoppietta. . .
 trr trr trr terit tirit. . . 

 VI
 Fuori, in terra, frusciano foglie
 cadute. Nell’Alpe lontana
 ce n’è un mucchio grande che accoglie
 la verde tua palla di lana.
 Nido verde tra foglie morte, 
 che fanno, ad un soffio più forte. . .
 trr trr trr terit tirit. 

I due girovaghi

 Siamo soli. Bianca l’aria
 vola come in un mulino.
 Nella terra solitaria
 siamo in due, sempre in cammino.
 Soli i miei, soli i tuoi stracci
 per le vie. Non altro suono
 che due gridi:
 — Oggi ci sono
 e doman me ne vo . . .
 — Stacci!
 stacci! stacci!
 Io di qua, battendo i denti,
 tu di là, pestando i piedi:
 non ti vedo, e tu mi senti;
 io ti sento, e non mi vedi.
 Noi gettiamo i nostri urlacci,
 come cani in abbandono
 fuor dell’uscio:
 — Oggi ci sono
 e doman me ne vo . . .
 — Stacci!
 stacci! stacci!
 Questa terra ha certe porte,
 che ci s’entra e non se n’esce.
 È il castello della morte.
 S’ode qui l’erba che cresce:
 crescer l’erba e i rosolacci
 qui, di notte, al tempo buono:
 ma nient’altro. . .
 — Oggi ci sono
 e doman me ne vo. . .
 — Stacci!
 stacci! stacci!
 C’incontriamo . . . Io ti derido?!
 No, compagno nello stento!
 No, fratello! È un vano grido
 che gettiamo al freddo vento.
 Nè c’è un viso che s’affacci
 per dire, Eh! spazzacamino! . . .
 per dire, Oh! quel vecchiettino
 degli stacci
 degli stacci! . . .
 — stacci! stacci!

Il brivido

 Mi scosse, e mi corse
 le vene il ribrezzo.
 Passata m’è forse
 rasente, col rezzo
 dell’ombra sua nera,
 la morte. . .
 Com’era ?
 Veduta vanita,
 com’ombra di mosca:
 ma ombra infinita,
 di nuvola fosca 
 che tutto fa sera:
 la morte. . .
 Com’era ?
 Tremenda e veloce
 come un uragano
 che senza una voce 
 dilegua via vano:
 silenzio e bufera:
 la morte. . .
 Com’era ?
 Chi vede lei, serra
 nè apre più gli occhi. 
 Lo metton sotterra
 che niuno lo tocchi,
 gli chieda — Com’era?
 rispondi . . .
 com’era ? —

Notte d’inverno

 Il Tempo chiamò dalla torre
 lontana. . . Che strepito! È un treno,
 là, se non è il fiume che corre.
 O notte! Nè prima io l’udiva,
 lo strepito rapido, il pieno
 fragore di treno che arriva;
 sì, quando la voce straniera,
 di bronzo, me chiese; sì, quando
 mi venne a trovare ov’io era,
 squillando squillando
 nell’oscurità.
 Il treno s’appressa. . . Già sento
 la querula tromba che geme,
 là, se non è l’urlo del vento.
 E il treno rintrona rimbomba, 
 rimbomba rintrona, ed insieme
 risuona una querula tromba.
 E un’altra, ed un’altra— Non essa
 m’annunzia che giunge?—io domando.
 — Quest’altra! - Ed il treno s’appressa 
 tremando tremando
 nell’oscurità.
 Sei tu che ritorni. Tra poco
 ritorni, tu, piccola dama,
 sul mostro dagli occhi di fuoco. 
 Hai freddo? paura? C’è un tetto,
 c’è un cuore, c’è il cuore che t’ama
 qui! Riameremo. T’aspetto.
 Già il treno rallenta, trabalza,
 sta. . . Mia giovinezza, t’attendo! 
 Già l’ultimo squillo s’inalza
 gemendo gemendo
 nell’oscurità . . .
 E il Tempo lassù dalla torre
 mi grida ch’è giorno. Risento 
 la tromba e la romba che corre.
 Il giorno è coperto di brume.
 Quel flebile suono è del vento,
 quel labile tuono è del fiume.
 È il fiume ed è il vento, so bene, 
 che vengono vengono, intendo,
 così come all’anima viene,
 piangendo piangendo,
 ciò che se ne va.

Per sempre

 Io t’odio?! . . . Non t’amo più, vedi,
 non t’amo . . . Ricordi quel giorno ?

 Lontano portavano i piedi
 un cuor che pensava al ritorno.
 E dunque tornai . . . tu non c’eri. 
 Per casa era un’eco dell’ieri,
 d’un lungo promettere. E meco
 di te portai sola quell’eco:
 PER SEMPRE !

 Non t’odio. Ma l’eco sommessa 
 di quella infinita promessa
 vien meco, e mi batte nel cuore
 col palpito trito dell’ore;
 mi strilla nel cuore col grido
 d’implume caduto dal nido: 
 PER SEMPRE!

 Non t’amo. Io guardai, col sorriso,
 nel fiore del molle tuo letto.
 Ha tutti i tuoi occhi, ma il viso 
 non tuo. E baciai quel visetto 
 straniero, senz’urto alle vene.
 Le dissi: «E a me, mi vuoi bene?»
 «Sì, tanto!» E i tuoi occhi in me fisse.
 «Per sempre?» le dissi. Mi disse:
 PER SEMPRE!

 Risposi: «Sei bimba e non sai
 Per sempre che voglia dir mai!»
 Rispose: «Non so che vuol dire?»
 Per sempre vuol dire Morire. . .
 sì: addormentarsi la sera: 
 restare così come s’era,
 PER SEMPRE !

La nonna

 Tra tutti quei riccioli al vento,
 tra tutti quei biondi corimbi,
 sembrava, quel capo d’argento,
 dicesse col tremito, bimbi,
 sì . . . piccoli, sì . . . 
 E i bimbi cercavano in festa,
 talora, con grido giulivo,
 le tremule mani e la testa
 che avevano solo di vivo
 quel povero sì. 
 Sì, solo; sì, sempre, dal canto
 del fuoco, dall’umile trono;
 sì, per ogni scoppio di pianto,
 per ogni preghiera: perdono,
 sì . . . voglio, sì . . . sì! 
 Sì, pure al lettino del bimbo

 malato . . . La Morte guardava,
 la Morte presente in un nimbo. . .
 La tremula testa dell’ava
 diceva sì! sì!
 Sì, sempre; sì, solo; le notti
 lunghissime, altissime! Nera
 moveva, ai lamenti interrotti,
 la Morte da un angolo. . . C’era
 quel tremulo sì, 
 quel sì, presso il letto . . . E sì, prese
 la nonna, la prese lasciandole
 vivere il bimbo. Si tese
 quel capo in un brivido blando,
 nell’ultimo sì.

La canzone della granata

 I
 Ricordi quando eri saggina,
 coi penduli grani che il vento
 scoteva, come una manina 
 di bimbo il sonaglio d’argento ?
 Cadeva la brina; la pioggia 
 cadeva: passavano uccelli
 gemendo: tu gracile e roggia
 tinnivi coi cento ramelli.
 Ed oggi non più come ieri
 tu senti la pioggia e la brina, 
 ma sgrigioli come quand’eri
 saggina.

 II
 Restavi negletta nei solchi
 quand’ogni pannocchia fu colta:
 te, colsero, quando i bifolchi 
 v’ararono ancora una volta.
 Un vecchio ti prese, recise,
 legò; ti privò della bella
 semenza tua rossa; e ti mise
 nell’angolo, ad essere ancella. 
 E in casa tu resti, in un canto,
 negletta qui come laggiù; 
 ma niuno è di casa pur quanto 
 sei tu.

 III
 Se t’odia colui che la trama 
 distende negli alti solai,
 l’arguta gallina pur t’ama,
 cui porti la preda che fai.
 E t’ama anche senza, chè ai costi
 ti sbalza, ed i grani t’invola, 
 residui del tempo che fosti
 saggina, nei campi già sola.
 Ma più, gracilando t’aspetta
 con ciò che in tua vasta rapina
 le strascichi dalla già netta 
 cucina.

 IV
 Tu lasci che t’odiino, lasci
 che t’amino: muta, il tuo giorno,
 nell’angolo, resti, coi fasci
 di stecchi che attendono il forno.
 Nell’angolo il giorno tu resti, 
 pensosa del canto del gallo; 
 se al bimbo tu già non ti presti, 
 che viene, e ti vuole cavallo. 
 Riporti, con lui che ti frena, 
 le paglie ch’hai tolte, e ben più;
 e gioia or n’ha esso; ma pena
 poi tu.

 V
 Sei l’umile ancella; ma reggi
 la casa: tu sgridi a buon’ora, 
 mentre impazïente passeggi,
 gl’ignavi che dormono ancora.
 E quando tu muovi dal canto,
 la rondine è ancora nel nido;
 e quando comincia il suo canto,
 già ode per casa il tuo strido.
 E l’alba il suo cielo rischiara,
 ma prima lo spruzza e imperlina,
 così come tu la tua cara
 casina. 

 VI
 Sei l’umile ancella, ma regni
 su l’umile casa pulita. 
 Minacci, rimproveri; insegni 
 ch’è bella, se pura, la vita.
 Insegni, con l’acre tua cura 
 rodendo la pietra e la creta,
 che sempre, per essere pura,
 si logora l’anima lieta.
 Insegni, tu sacra ad un rogo
 non tardo, non bello, che più 
 di ciò che tu mondi, ti logori
 tu!

Il ciocco

 CANTO PRIMO

 Il babbo mise un gran ciocco di quercia
 su la brace; i bicchieri avvinò; sparse
 il goccino avanzato; e mescè piano
 piano, perchè non croccolasse, il vino.
 Ma, presa l’aria, egli mesceva andante. 
 E ciascuno ebbe in mano il suo bicchiere,
 pieno, fuor che i ragazzi: essi, al bicchiere
 materno, ognuno ne sentiva un dito.
 Fecero muti i vegliatori il saggio,
 lodando poi, parlando dei vizzati 
 buoni; ma poi passarono allo strino,
 quindi all’annata trista e tribolata.
 E le donne ripresero a filare,
 con la rócca infilata nel pensiere:
 tiravano prillavano accoccavano 
 sfacendo i gruppi a or a or coi denti.
 Come quando nell’umida capanna
 le magre manze mangiano, e via via,
 soffiando nella bassa greppia vuota,
 alzano il muso, e dalla rastrelliera 
 tirano fuori una boccata d’erba;
 d’erba lupina co’ suoi fiori rossi,
 nel maggio indafarito, ma nel verno,
 d’arida paglia e tenero guaime;
 così dalla mannella, ogni momento, 
 nuova tiglia guidata era nel fuso.
 Io dissi: «Brucia la capanna a gente!»
 E i vegliatori, col bicchiere in mano,

 tutti volsero gli occhi alla finestra,
 quasi vedere il lustro della vampa, 
 ad ascoltare il martellare a fuoco,
 ton ton ton, nella notte insonnolita.
 Non c’era nella notte altro splendore
 che di lontane costellazioni,
 e non c’era altro suono di campana, 
 se non della campana delle nove,
 che da Barga ripete al campagnolo:
 —Dormi, che ti fa bono! bono! bono!—
 Non capparone ardeva per le selve,
 zeppo di fronde aspre dal tramontano; 
 non meta di vincigli di castagno,
 fatti d’agosto per serbarli al verno;
 non metato soletto in cui seccasse
 a un fuoco dolce il dolce pan di legno:
 sopra le cannaiole le castagne
 cricchiano, e il rosso fuoco arde nel buio.
 Al buio il rio mandava un gorgoglìo,
 come s’uno ci fosse a succhiar l’acqua.
 Tutto era pace: sotto ogni catasta
 sornacchiava il suo ghiro rattrappito. 
 In cima al colle un nero metatello
 fumava appena in mezzo alla Grand’Orsa.
 Che bruciava? . . . La quercia, assai vissuta
 fu scalzata da molte opre, e fu svelta
 e giacque morta. Ma la secca scorza, 
 all’acqua e al sole rifiorì di muschi;
 e un’altra vita brulicò nel legno
 che intarmoliva: un popolo infinito
 che ben sapeva l’ordine e la legge,
 v’impresse i solchi di città ben fatte. 
 E chi faceva nuove case ai nuovi,
 e chi per tempo rimettea la roba,
 e chi dentro allevava i dolci figli,
 e chi portava i cari morti fuori.
 Quando s’udì l’ingorda sega un giorno 
 rodere rauca torno torno il tronco;
 e il secco colpo rimbombò del mazzo
 calato da un ansante ululo d’uomo.
 E il tronco sodo ora sputava fuori
 la zeppola d’acciaio con uno sprillo, 
 or la pigliava, e si sentiva allora
 crepare il legno frangolo, e stioccare
 le stiglie, or dalla gran forza strappate,
 ora recise dalla liscia accetta:
 lucida accetta che alzata a due mani 
 spaccava i ciocchi e ne facea le schiampe.
 Le schiampe alcuno accatastò; poi altri
 se le portò nella legnaia opaca.
 Del popolo infinito era una gente
 rimasta in un dei ciocchi. Ebbe l’accetta 
 molte case distrutte, ebbe d’un colpo
 il mazzo molte sue tribù schicciate.
 Ma i sorvissuti non sapean già nulla:
 chè volgendo i lor mille anni in un anno,
 chi schivò l’ascia, chi campò dal mazzo, 
 l’ago sentì, che, dopo un po’ che cuce
 il Tempo, uggito, punta nel lavoro,
 e se ne va. Nessuno ora sapeva
 che il mondo loro fu congiunto al tutto
 della gran quercia, sotto un cielo azzurro.
 Sapeva ognuno che non c’era altr’aria
 che quell’odor di mucido, altro suono
 che il grave gracilar delle galline
 e il sottile stridìo dei pipistrelli:
 dei pipistrelli, che pendeano a pigne 
 dai cantoni, nel giorno, quando il sole
 facea passare i fili suoi tra i licci
 d’una tela che ordiva un vecchio ragno.
 Così passava la lor cauta vita
 nell’odoroso tarmolo del ciocco: 
 e chi faceva nuove case ai nuovi,
 e chi per tempo rimettea la roba,
 e chi dentro allevava i dolci figli,
 e chi portava i cari morti fuori.
 E videro l’incendio ora e la fine 
 i vegliatori: disse ognun la sua.
 E disse il Biondo, domator del ferro
 cui la verde Corsonna ama, e gli scende
 cantando per le selve allo stendino
 e per lui picchia non veduta il maglio:
 «Vogliono dire ch’hanno tutti i ferri,
 quanti con sè porta il bottaio, allora
 ch’è preso a opra avanti la vendemmia:
 l’aspro saracco, l’avido succhiello,
 e tenaglie che azzeccano, e rugnare 
 di scabra raspa e scivolar di pialla.
 Chè non hanno bottega: a giro vanno
 come il nero magnano, quando passa
 con quello scampanìo sopra il miccetto;
 ossia concino, o fradicio ombrellaio,
 voce del verno, la qual morde il cuore
 a chi non fece le rimesse a tempo.
 Nè lëo lëo vanno, come loro.
 Piglian le gambe e stradano, la vita,
 come noi, strinta dal grembial di cuoio»
 E disse il Topo, portatore in collo,
 primo, fuor che del Nero; sì, ma questi
 porta più poco, e brontola incaschito:
 —Carico piccolo è che scenta il bosco—:
 «Vogliono dire ch’han la tiglia soda 
 più che nimo altri che di mattinata
 porti in monte il cavestro e la bardella.
 E hanno l’arte, perchè intorno al peso
 girano ora all’avanti ora all’indietro
 or dalle parti, per entrarci sotto. 
 Se lo possono, via, telano; quando
 non lo possono, vanno per aiuto;
 e su e su, per una carraiuola:
 come una nera fila di muletti
 di solitari carbonai, su l’Alpe, 
 che in quel silenzio semina i tintinni
 de’ suoi sonagli. Alcuno ecco s’espone,
 come anco noi, per ragionar con altri
 che scende, e frescheggiare allo sciurino»
 E disse il Menno, vangatore a fondo,
 a cui la terra, nell’aprir d’aprile,
 rotta e domata ai piedi ansa e rifiata:
 e’ la sogguarda curvo su l’astile:
 «Ho inteso dire ch’hanno i suoi poderi,
 come noi. Sotto le città ben fatte 
 coltano un campo sodo: che bel bello
 si fa lo scasso, e qua si tira dentro,
 là si leva la terra, e si tramuta
 con le pale o valletti e cestinelle.
 La pareggiano, seminano. Nasce 
 un’erba. Ed ecco poi vanno a pulirla,
 levano il loglio, scerbano i vecciuli,
 e scentano la sciàmina, cattiva,
 e la gramigna, che riè cattiva,
 e i paternostri, ch’è peggior di tutte.
 A suo tempo si sega, lega, ammeta,
 scuote, ventola, spula. Eccolo bello
 nel bel soppiano dai due godi il grano »
 E disse il Bosco, buon pastor di monte,
 ch’era ad albergo: egli da Pratuscello
 mena il branco alla Pieve, a quei guamacci:
 per là dicon guamacci: è il terzo fieno:
 «Ho inteso dire ch’hanno le sue bestie:
 quali, pecore, e quali proprio bestie,
 ossia da frutto, ovvero anche da groppa. 
 Ma piccoline e verdi queste, e quelle
 con una lana molle come sputo:
 pascono in cento un cuccolo di fiore.
 E il pastore ha due verghe, esso, non una:
 due, con nodetti, come canne; e molge
 con esse: le vellìca, e dànno il latte;
 o chiuse dentro, o fuori, per le prata:
 come noi, che si molge all’aria aperta,
 nella statina, le serate lunghe:
 quando su l’Alpe c’è con noi la luna 
 sola, che passa, e splende sui secchielli,
 e il poggio rende un odorin che accora»
 E disse il Quarra, un capo, uno che molto
 girò, portando santi e re sul capo,
 di là dei monti e del sonante mare: 
 ora s’è fermo, e campa a campanello:
 «Lessi in un libro, ch’hanno contadini
 come noi; ma non come mezzaiuoli
 timidi sol del Santo pescatore,
 e che, d’Ottobre, quando uno scasato, 
 cerca podere, a lui dice il fringuello:
 —Ce n’è, ce n’è, ce n’è, Francesco mio!—
 Quelli no: sono negri. Alla lor terra
 venne un lontano popolo guerriero,
 che il largo fiume valicò sul ponte. 
 Fecero un ponte: l’uno chiappò l’altro
 per le gambe, e così tremolò sopra
 l’acqua una lunga tavola. Fu presa
 la munita città, presi i fanciulli,
 ch’or sono schiavi e fanno le faccende;
 e il vincitore campa a campanello»
 E qui la China, madre d’otto figli
 già sbozzolati, accoccò il filo al fuso,
 mise il fuso sul legoro, le tiglie
 si strusciò dalla bocca arida; e disse:
 « Io l’ho vedute, come fanno ai figli
 le madri, ossia le balie. Hanno figlioli
 quasi fasciati dentro un bozzolino.
 Lo sa la mamma che lì dentro è chiuso
 il lor begetto, ch’è cicchin cicchino, 
 e dorme, e gli fa freddo e gli fa caldo.
 Lasciano all’altre le faccende, ed esse
 altro non fanno che portare il loro
 furigello ora all’ombra ed ora all’aspro,
 in collo, come noi; ch’è da vedere 
 come via via lo tengono pulito
 come lo fanno dolco con lo sputo;
 e infine con la bocca aprono il guscio,
 come a dire, le fasce; e il figliolino
 n’esce, che va da sè, ma gronchio gronchio» 
 Così parlando, essi bevean l’arzillo
 vino, dell’anno. E mille madri in fuga
 correan pei muschi della scorza arsita,
 coi figli, e c’era d’ogni intorno il fuoco;
 e il fuoco le sorbiva con un breve 
 crepito, nè quel crepito giungeva
 al nostro udito, più che l’erme vette
 d’Appennino e le aguzze alpi Apuane,
 assise in cerchio, con l’aeree grotte
 intronate dal cupo urlo del vento, 
 odano lo stridor d’un focherello
 ch’arde laggiù laggiù forse un villaggio
 con le sue selve; un punto, un punto rosso
 or sì or no. Nè pur vedea la gente
 là, che moriva, i mostri dalla ferrea 
 voce e le gigantesse filatrici:
 i mostri che reggean concavi laghi
 di sangue ardente, mentre le compagne
 con moto eterno, tra un fischiar di nembi,
 mordean le bigie nuvole del cielo. 
 Ma non vedeva il popolo morente
 gli dei seduti intorno alla sua morte,
 fatti di lunga oscurità: vedeva,
 forse in cima all’immensa ombra del nulla,
 su, su, su, donde rimbombava il tuono
 della lor voce, nelle occhiute fronti,
 da un’aurora notturna illuminate,
 guizzare i lampi e scintillar le stelle.
 E lo Zi Meo parlò. Disse: «Formiche!
 L’altr’anno seminai l’erba lupina. 
 Venne la pioggia: non ne nacque un filo.
 Vennero i soli: il campo parea sodo.
 Un giorno che v’andai, vidi sul ciglio
 del poggio un mucchiarello alto di chicchi.
 Guardai per tutto. Ad ogni poco c’era
 un mucchiarello. Erano i semi, i semi
 d’erba lupina. Avean rumato poco ?
 Non un chicco, ch’è un chicco, era rimasto!
 Aveano fatto, le formiche, appietto!
 E ben sì che v’avevo anco passato 
 l’erpice a molti denti, e su la staggia,
 per tutte bene pianeggiar le porche,
 mi facev’ir di qua di là, come uno
 fa, nel passaggio, in mezzo all’Oceàno»

 CANTO SECONDO

 Ed il ciocco arse, e fu bevuto il vino
 arzillo, tutto. Io salutai la veglia
 cupo ronzante, e me ne andai: non solo:
 m’accompagnava lo Zi Meo salcigno.
 Era novembre. Già dormiva ognuno, 
 sopra le nuove spoglie di granturco.
 Non c’era un lume. Ma brillava il cielo
 d’un infinito riscintillamento.
 E la Terra fuggiva in una corsa
 vertiginosa per la molle strada, 
 e rotolava tutta in sè rattratta
 per le puntura dell’eterno assillo.
 E rotolando per fuggir lo strale
 d’acuto fuoco che le ruma in cuore,
 ella esalava per lo spazio freddo 
 ansimando il suo grave alito azzurro.
 Così, nel denso fiato della corsa
 ella vedeva l’iridi degli astri
 sguazzare, e nella cava ombra del Cosmo
 ella vedeva brividi da squamme 
 verdi di draghi, e svincoli da fruste
 rosse d’aurighi, e lampi dalle freccie
 de’ sagittari, e sprazzi dalle gemme
 delle corone, e guizzi dalle corde
 delle auree lire; e gli occhi dei leoni 
 vigili e i sonnolenti occhi dell’orse.
 Noi scambiavamo rade le ginocchia
 sotto le stelle. Ad ogni nostro passo
 trenta miglia la terra era trascorsa,
 coi duri monti e le maree sonore. 
 E seco noi riconduceva al Sole,
 e intorno al Sole essa vedea rotare
 gli altri prigioni, come lei, nel cielo,
 di quella fiamma, che con sè li mena.
 Come le sfingi, fosche atropi ossute, 
 l’acri zanzare e l’esili tignuole,
 e qualche spolverio di moscerini,
 girano intorno una lanterna accesa:
 una lanterna pendula che oscilla
 nella mano d’un bimbo: egli perduta 
 la monetina in una landa immensa,
 la cerca invano per la via che fece
 e rifà ora singhiozzando al buio:
 e nessun ode e vede lui, ch’è ombra,
 ma vede e svede un lume che cammina, 
 nè par che vada, e sempre con lui vanno,
 gravi ronzando intorno a lui, le sfingi:
 lontan lontano son per tutto il cielo
 altri lumi che stanno, ombre che vanno,
 che per meglio vedere alzano in vano 
 verso le solitarie Nebulose
 l’ardor di Mira e il folgorìo di Vega.
 Così pensavo; e non trovai me stesso
 più, nè l’alta marmorea Pietrapana,
 sopra un grano di polvere dell’ala 
 della falena che ronzava al lume:
 dell’ala che in quel punto era nell’ombra;
 della falena che coi duri monti
 e col sonoro risciacquar dei mari
 mille miglia in quel punto era trascorsa. 
 Ed incrociò con la sua via la strada
 d’un mondo infranto, e nella strada ardeva,
 come brillante nuvola di fuoco,
 la polvere del suo lungo passaggio.
 Ma niuno sa donde venisse, e quanto 
 lontane plaghe già battesse il carro
 che senza più l’auriga ora sfavilla
 passando rotto per le vie del Sole.
 Nè sa che cosa carreggiasse intorno
 ad uno sconosciuto astro di vita, 
 allora forse di su lui cantando
 i viatori per la via tranquilla;
 quando urtò, forviò, si spezzò, corse
 in fumo e fiamme per gli eterei borri,
 precipitando contro il nostro Sole, 
 versando il suo tesoro oltresolare:
 stelle; che accese in un attimo e spente,
 rigano il cielo d’un pensier di luce.
 Là, dove i mondi sembrano con lenti
 passi, come concorde immensa mandra, 
 pascere il fior dell’etere pian piano,
 beati della eternità serena;
 pieno è di crolli, e per le vie, battute
 da stelle in fuga, come rossa nube
 fuma la densa polvere del cielo; 
 e una mischia incessante arde tra il fumo
 delle rovine, come se Titani
 aeriformi, agli angoli del Cosmo,
 l’un l’altro ardendo di ferir, lo spazio
 fendessero con grandi astri divelti. 
 Ma verrà tempo che sia pace, e i mondi,
 fatti più densi dal cader dei mondi,
 stringan le vene e succhino d’intorno
 e in sè serrino ogni atomo di vita
 quando sarà tra mondo e mondo il Vuoto
 gelido oscuro tacito perenne;
 e il Tutto si confonderà nel Nulla,
 come il bronzo nel cavo della forma;
 e più la morte non sarà. Ma il vento
 freddo che sibilando odo staccare 
 le foglie secche, non sarà più forse,
 quando si spiccherà l’ultima foglia ?
 E nel silenzio tutto avrà riposo
 dalle sue morti; e ciò sarà la morte.
 Io riguardava il placido universo 
 e il breve incendio che v’ardea da un canto.
 Tempo sarà (ma è! poi ch’ il veloce
 immobilmente fiume della vita
 è nella fonte, sempre, e nella foce),
 tempo, che persuasa da due dita
 leggiere, mi si chiuda la pupilla:
 nè però sia la visïon finita.
 Oh! il cieco io sia che, nella sua tranquilla
 anima, vede, fin che sa che intorno
 a lui c’è qualche aperto occhio che brilla!
 Così, quand’io, nel nostro breve giorno,
 guardo, e poi, quasi in ciò che guardo, un velo
 fosse, un’ombra, col lento occhio ritorno
 a un guizzo d’ala, a un tremolìo di stelo:
 quando a mirar torniamo anche una volta 
 ciò ch’arde in cuore, ciò che brilla in cielo;
 noi s’è la buona umanità che ascolta
 l’esile strido, il subito richiamo,
 il dubbio della umanità sepolta:
 e le risponde:—Io vivo, sì, viviamo—
 Tempo sarà che tu, Terra, percossa 
 dall’urto d’una vagabonda mole, 
 divampi come una meteora rossa; 
 e in te scompaia, in te mutata in Sole,
 morte con vita, come arde e scompare
 la carta scritta con le sue parole.
 Ma forse allora ondeggerà nel Mare
 del nettare l’azzurra acqua, e la vita
 verzicherà su l’Appennin lunare.
 La vecchia tomba rivivrà, fiorita 
 di ninfèe grandi, e più di noi sereno
 vedrà la luce il primo Selenita.
 Poi, la placida notte, quando il Seno
 dell’iridi ed il Lago alto e selvaggio
 dei sogni trema sotto il Sol terreno; 
 errerà forse, in quell’eremitaggio
 del Cosmo, alcuno in cerca del mistero;
 e nello spettro ammirerà d’un raggio
 la traccia ignita dell’uman pensiero. 
 O sarà tempo, che di là, da quella 
 profondità dell’infinito abisso,
 dove niuno mai vide orma di stella;
 un atomo d’un altro atomo scisso
 in mille nulla, a mezzo il dì, da un canto
 guardi la Terra come un occhio fisso; 
 e venga, e sembri come un elïanto,
 la notte, e il giorno, come luna piena; 
 e la Terra alzi il cupo ultimo pianto; 
 e sotto il nuovo Sole che balena
 nella notte non più notte, risplenda 
 la Terra, come una deserta arena;
 e Sole avanzi contro Sole, e prenda
 già mezzo il cielo, e come un cielo immenso
 su noi discenda, e tutto in lui discenda
 Io guardo là dove biancheggia un denso
 sciame di mondi, quanti atomi a volo
 sono in un raggio: alla Galassia: e penso:
 O Sole, eterno tu non sei—nè solo!—
 Anima nostra! fanciulletto mesto!
 nostro buono malato fanciulletto, 
 che non t’addormi, s’altri non è desto!
 felice, se vicina al bianco letto
 s’indugia la tua madre che conduce
 la tua manina dalla fronte al petto;
 contento almeno, se per te traluce 
 l’uscio da canto, e tu senti il respiro
 uguale della madre tua che cuce;
 il respiro o il sospiro; anche il sospiro;
 o almeno che tu oda uno in faccende
 per casa, o almeno per le strade a giro;
 o veda almeno un lume che s’accende
 da lungi, e senta un suono di campane 
 che lento ascende e che dal cielo pende; 
 almeno un lume, e l’uggiolìo d’un cane:
 un fioco lume, un debole uggiolìo: 
 un lumicino . . . Sirio: occhio del Cane
 che veglia sopra il limitar di Dio!
 Ma se al fine dei tempi entra il silenzio ?
 se tutto nel silenzio entra? la stella
 della rugiada e l’astro dell’assenzio? 
 Atair, Algol? se, dopo la procella
 dell’Universo, lenta cade e i Soli
 la neve della Eternità cancella?
 che poseranno senza mai più voli
 nè mai più urti nè mai più faville, 
 fermi per sempre ed in eterno soli!
 Una cripta di morti astri, di mille
 fossili mondi, ove non più risuoni
 nè un appartato gocciolìo di stille;
 non fumi più di tanti milioni 
 d’esseri, un fiato; non rimanga un moto,
 delle infinite costellazioni!
 Un sepolcreto in cui da sè remoto
 dorma il gran Tutto, e dalle larghe porte
 non entri un sogno ad aleggiar nel vuoto 
 sonno di ciò che fu!—Questa è la morte!—
 Questa, la morte! questa sol, la tomba 
 se già l’ignoto Spirito non piova
 con un gran tuono, con una gran romba;
 e forse le macerie anco sommuova, 
 e batta a Vega Aldebaran che forse
 dian, le due selci, la scintilla nuova;
 e prenda in mano, e getti alle lor corse,
 sotto una nuova lampada polare,
 altri Cigni, altri Aurighi, altre Grand’Orse; 
 e li getti a cozzare, a naufragare,
 a seminare dei rottami sparsi
 del lor naufragio il loro etereo mare;
 e li getti a impietrarsi e consumarsi,
 fermi i lunghi millenni de’ millenni 
 nell’impietrarsi, ed in un attimo arsi;
 all’infinito lor volo li impenni,
 anzi no, li abbandoni all’infinita
 loro caduta: a rimorir perenni:
 alla vita alla vita, anzi: alla vita! 
 Io mi rivolgo al segno del Leone 
 dond’arde il fuoco in che si muta un astro, 
 alle Pleiadi, ai Carri, alle Corone, 
 indifferenti al tacito disastro; 
 ai tanti Soli, ai Soli bianchi, ai rossi 
 Soli, lucenti appena come crune,
 ai lor pianeti, ignoti a noi, ma scossi
 dalla misterïosa ansia comune;
 a voi, a voi, girovaghe Comete
 che sapete le vie del ciel profondo; 
 o Nebulose oscure, a voi, che siete
 granai del cielo, ogni cui grano è un mondo;
 di là di voi, di là del firmamento,
 di là del più lontano ultimo Sole;
 io grido il lungo fievole lamento 
 d’un fanciulletto che non può, non vuole
 dormire! di questa anima fanciulla
 che non ci vuole, non ci sa morire!
 che chiuder gli occhi, e non veder più nulla,
 vuole sotto il chiaror dell’avvenire! 
 morire, sì; ma che si viva ancora
 intorno al suo gran sonno, al suo profondo
 oblìo; per sempre, ov’ella visseun’ora;
 nella sua casa, nel suo dolce mondo: 
 anche, se questa Terra arsa, distrutto
 questo Sole, dall’ultimo sfacelo
 un astro nuovo emerga, uno, tra tutto
 il polverìo del nostro vecchio cielo.
 Così pensavo; e lo Zi Meo guardando
 ciò ch’io guardava, mormorò tranquillo: 
 «Stellato fisso: domattina piove».
 Era andato alle porche il suo pensiero.
 Bene egli aveva sementato il grano
 nella polvere, all’aspro; e san Martino
 avea tenuta per più dì la pioggia 
 per non scoprire e portar via la seme.
 Ma era già durata assai la state
 di san Martino, e facea bono l’acqua.
 E lo Zi Meo, sicuro di svegliarsi
 domani al rombo d’una grande acquata, 
 era contento, e andava a riposare,
 parlando di Chioccetta e di Mercanti,
 sopra le nuove spoglie di granturco,
 la cara vita cui nutrisce il pane.

Foglie morte

 Oh! che già il vento volta
 e porta via le pioggie!

 Dentro la quercia folta
 ruma le foglie roggie
 che si staccano, e fru . . . 
 partono; un branco ad ogni
 soffio che l’avviluppi.
 Par che la quercia sogni
 ora, gemendo, i gruppi
 del novembre che 
 fu.
 Volano come uccelli,
 morte nel bel sereno:
 picchiano nei ramelli
 del roseo pesco, pieno
 de’ suoi cuccoli già.
 E il roseo pesco oscilla 
 pieno di morte foglie: 
 quale s’appende e prilla,
 quale da lui si toglie
 con un sibilo, e va.
 Ma quelle foglie morte
 che il vento, come roccia,
 spazza, non già di morte
 parlano ai fiori in boccia,
 ma sussurrano—Orsù! 
 Dentro ogni cocco all’uscio
 vedo dei gialli ugnoli:
 tu che costì nel guscio
 di più covar ti duoli,
 che ti pèriti più? 
 Fuori le aluccie pure,
 tu che costì sei vivo!
 Il vento ruglia . . . eppure
 esso non è cattivo.
 Ruglia, brontola: ma 
 contende a noi! Chè tutto
 vuol che sia mondo l’orto
 pei nuovi fiori, e il brutto,
 il secco, il vecchio, il morto,
 vuol che netti di qua. 
 Noi c’indugiammo dove
 nascemmo, un po’, ma era 
 per ricoprir le nuove
 gemme di primavera.. .—
 Così dicono, e fru . . . 
 partono, ad un rabbuffo
 più stridulo e più forte.
 E tra un voletto e un tuffo
 vanno le foglie morte,
 e non tornano più. 

Canzone di Marzo

 Che torbida notte di marzo!
 Ma che mattinata tranquilla!
 che cielo pulito! che sfarzo
 di perle! Ogni stelo, una stilla
 che ride: sorriso che brilla 
 su lunghe parole.
 Le serpi si sono destate
 col tuono che rimbombò primo.
 Guizzavano, udendo l’estate,
 le verdi cicigne tra il timo; 
 battevan la coda sul limo
 le biscie acquaiole.
 Ancor le fanciulle si sono
 destate, ma per un momento:
 pensarono serpi, a quel tuono;
 sognarono l’incantamento.
 In sogno gettavano al vento
 le loro pezzuole.
 Nell’aride bresche anco l’api
 si sono destate agli schiocchi.
 La vite gemeva dai capi,
 fremevano i gelsi nei nocchi.
 Ai lampi sbattevano gli occhi
 le prime viole.
 Han fatto, venendo dal mare,
 le rondini tristo viaggio.
 Ma ora, vedendo tremare
 sopr’ogni acquitrino il suo raggio,
 cinguettano in loro linguaggio,
 ch’è ciò che ci vuole. 
 Sì, ciò che ci vuole. Le loro
 casine, qualcuna si sfalda,
 qualcuna è già rotta. Lavoro
 ci vuole, ed argilla più salda;
 perchè ci stia comoda e calda
 la garrula prole.

Valentino

 Oh! Valentino vestito di nuovo,
 come le brocche dei biancospini!

 Solo, ai piedini provati dal rovo
 porti la pelle de’ tuoi piedini;
 porti le scarpe che mamma ti fece,
 che non mutasti mai da quel dì,
 che non costarono un picciolo: in vece
 costa il vestito che ti cucì.
 Costa; ché mamma già tutto ci spese
 quel tintinnante salvadanaio:
 ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese,
 per riempirlo, tutto il pollaio.
 Pensa, a Gennaio, che il fuoco del ciocco
 non ti bastava, tremavi, ahimè!,
 e le galline cantavano, Un cocco!
 ecco ecco un cocco un cocco per te!
 Poi, le galline chiocciarono, e venne 
 Marzo, e tu, magro contadinello
 restasti a mezzo, così, con le penne,
 ma nudi i piedi, come un uccello:
 come l’uccello venuto dal mare,
 che tra il ciliegio salta, e non sa 
 ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
 ci sia qualch’altra felicità.

Il croco

 I
 O pallido croco,
 nel vaso d’argilla,
 ch’è bello, e non l’ami,
 coi petali lilla
 tu chiudi gli stami 
 di fuoco:
 le miche di fuoco
 coi lunghi tuoi petali
 chiudi nel cuore
 tu leso, o poeta 
 dei pascoli, fiore
 di croco!
 Vuoi l’acqua di polla
 ravvivi, o viole,
 non chi la sua zolla 
 rivuole !

 II
 Ma messo ad un riso
 di luce e di cielo,
 per subito inganno
 ritorna il tuo stelo 
 colà donde l’hanno
 diviso:
 tu pallido, e fiso
 nel raggio che accora,
 nel raggio che piace, 
 dimentichi ch’ora
 sei esule, lacero,
 ucciso:
 tu apri il tuo cuore,
 ch’è chiuso, che duole,
 ch’è rotto, che muore,
 nel sole!

La vite

 Or che il cucco forse è vicino,
 mentre i peschi mettono il fiore,
 cammino, e mi pende all’uncino
 la spada dell’agricoltore. 
 Il pennato porto, chè odo
 già la prima voce del cucco 
 cu . . . su. . . io rispondo a suo modo:
 mi dice ch’io cucchi, e sì, cucco.
 Sì, ti cucco, vite, chè senti
 già nel sole stridere l’api: 
 ti taglio ogni vecchio sarmento,
 ti lascio tre occhi e due capi.
 O che piangi, vite gentile,
 perchè al vento stai nuda nata?
 Se anch’io tra i fioretti d’aprile 
 sembravo una vite tagliata!
 Piangi quello che ti si toglie ?
 Ma ti cucco, taglio ed accollo,
 perchè, quando cadon le foglie,
 tu abbia un tuo qualche grispollo! 
 O mia vite . . . no, o mia vita, 
 così torta meglio riscoppi! 
 E poi . . . com’è buono, alle dita,
 l’odore di gemme di pioppi!
 E parlare, ritto su loro, 
 col venuto di là dal mare,
 chiedendogli, in mezzo al lavoro,
 quant’anni si deve campare!

Il sonnellino

 Guardai, di tra l’ombra, già nera,
 del sonno, smarrendo qualcosa
 lì dentro: nell’aria non era
 che un cirro di rosa. 
 E il cirro dal limpido azzurro 
 splendeva sui grigi castelli,
 levando per tutto un sussurro
 d’uccelli;
 che sopra le tegole rosse
 del tetto e su l’acque del rio 
 cantavano, e non che non fosse
 silenzio ed oblìo:
 cantavano come non sanno
 cantare che i sogni nel cuore,
 che cantano forte e non fanno 
 rumore.
 E io mi rivolsi nel blando
 mio sonno, in un sonno di rosa,
 cercando cercando cercando
 quel vecchio qualcosa; 
 e forse lo vidi e lo presi, 
 guidato da un canto d’uccelli,
 non so per che ignoti paesi 
 più belli. .. 
 che pure ravviso, e mi volgo, 
 più belli, a guardarli più buono . .
 Ma tutto mi toglie la folgore . . .
 O subito tuono!
 ch’hai fatto succedere a un’alba
 piaciuta tra il sonno, passata
 nel sonno, una stridula e scialba
 giornata!

La bicicletta

 I
 Mi parve d’udir nella siepe 
 la sveglia d’un querulo implume. 
 Un attimo . . .Intesi lo strepere 
 cupo del fiume. 
 Mi parve di scorgere un mare 
 dorato di tremule messi.
 Un battito . . . Vidi un filare
 di neri cipressi.
 Mi parve di fendere il pianto
 d’un lungo corteo di dolore. 
 Un palpito . . . M’erano accanto
 le nozze e l’amore.
 dlin . . . dlin . . .

 II
 Ancora echeggiavano i gridi
 dell’innominabile folla;
 che udivo stridire gli acrìdi
 su l’umida zolla.
 Mi disse parole sue brevi
 qualcuno che arava nel piano:
 tu, quando risposi, tenevi 
 la falce alla mano.
 Io dissi un’alata parola,
 fuggevole vergine, a te;
 la intese una vecchia che sola
 parlava con sè. 
 dlin . . . dlin . . .

 III
 Mia terra, mia labile strada,
 sei tu che trascorri o son io ?
 Che importa? Ch’io venga o tu vada,
 non è che un addio!
 Ma bello è quest’impeto d’ala,
 ma grata è l’ebbrezza del giorno.
 Pur dolce è il riposo . . . Già cala
 la notte: io ritorno.
 La piccola lampada brilla 
 per mezzo all’oscura città.
 Più lenta la piccola squilla
 dà un palpito, e va. . .
 dlin… dlin…

La figlia maggiore

 Ninnava ai piccini la culla, 
 cuciva ai fratelli le fasce: 
 non sapeva, madre fanciulla,
 come si nasce. 
 Nel cantuccio, zitta, da brava, 
 preparava cercine e telo
 pei bimbi che mamma le andava
 a prendere in cielo.
 Or cantano i passeri intorno
 la piccola croce, in amore. . . 
 chè lo seppe, misera, un giorno,
 come si muore!
 L’erba è verde, piena di grilli.
 Non un passo, non una voce
 mai. Vivono, loro, tranquilli 
 intorno la croce.
 Si beccano, s’amano, pascono,
 in mezzo a quel pieno di cose
 e di silenzio, dove il verbasco
 fa tra le rose. 
 No, passeri! su le sue zolle,
 no! non fate tanto vicino! 
 Là fitto di bianche corolle
 è il pero e il susino. 
 Andate su l’albero in fiore 
 che al vento si dondola e culla!
 Non turbate l’umile cuore
 che non sa nulla!
 Passa il vento come un respiro
 caldo, lungo, dolce, che porta 
 su l’alito il polline in giro. . .
 sopra la morta.
 No, vento d’aprile, no, vento
 d’amore, no tanto vicino!
 Là nei campi bacia il frumento, 
 soffia tra il lino!
 Fa che venga l’anima ai cardi,
 che le viti tengano il raspo:
 fa che abbiano l’accia, più tardi,
 il guindolo e l’aspo. 
 Ma l’erba qui prima del fiore,
 ma il fiore qui prima del seme,
 la frullana taglia, e due ore
 sibila e freme. 
 Un vecchione falcia e raduna 
 l’erbe e i fiori di primavera;
 poi tutto egli brucia, là, una
 limpida sera:
 la sera, una sera di maggio,
 che s’odono tanti stornelli 
 di sui gelsi, e sente, il villaggio,
 di filugelli.
 Dal villaggio vedon la fiamma
 ch’arde sola, rossa, in quel canto:
 la vedono gli occhi di mamma 
 pieni di pianto.
 Oh! piange, chè il vecchio le toglie
 qualcosa più che le togliesse:
 fili d’erba, piccole foglie,
 povera mèsse, 
 fioritura, sì, bianca e rossa,
 della bimba, che non lo sa:
 sua sola, laggiù, nella fossa, maternità.

L’usignolo e i suoi rivali

 Egli coglieva ed ammucchiava al suolo
 secche le foglie del suo marzo primo
 (era il suo nuovo marzo), il rosignolo,
 per farsi il nido. E gorgheggiava in tanto
 tutto il gran giorno; e dolce più del timo 
 e più puro dell’acqua era il suo canto.
 Cantava, quando, per le valli intorno,
 cu . . . cu . . . sentì ripetere, cu . . . cu . . .
 Ecco: al cuculo egli cedette il giorno,
 e di giorno non volle cantar più. 
 Non più di giorno. Ma la notte! Appena
 la luna estiva, di tra l’alabastro

 delle rugiade, tremolò serena,
 riprese il verso; e d’or in poi soltanto
 cantava a notte; e lucido com’astro 
 e soave com’ombra era il suo canto.
 Cantava, quando, da non so che grotte,
 sentì gemere, chiù. . . piangere, chiù. . .
 All’assïuolo egli lasciò la notte,
 anche la notte; e non cantò mai più. 
 Or nè canta nè ode: abita presso
 il brusìo d’una fonte e d’un cipresso.

Il fringuello cieco

 Finch . . . finchè nel cielo volai,
 finch . . . finch’ebbi il nido sul moro;
 c’era un lume, lassù, in ma’ mai,
 un gran lume di fuoco e d’oro,
 che andava sul cielo canoro, 
 spariva in un tacito oblio . . .
 Il sole! . . . Ogni alba nella macchia,
 ogni mattina per il brolo,

 «Ci sarà ?» chiedea la cornacchia;
 «Non c’è più!» gemea l’assïuolo; 
 e cantava già l’usignolo:
 Addio addio dio dio dio dio . . .
 Ma la lodola su dal grano
 saliva a vedere ove fosse.
 Lo vedeva lontan lontano 
 con le belle nuvole rosse.
 E, scesa al solco donde mosse,
 trillava: «C’è, c’è, lode a Dio!»
 « Finch . . . finchè non vedo, non credo »
 però dicevo a quando a quando. 
 Il merlo fischiava «Io lo vedo»;
 l’usignolo zittìa spiando.
 Poi cantava gracile e blando:
 « Anch’io anch’io chio chio chio chio »
 Ma il dì ch’io persi cieli e nidi, 
 ahimè che fu vero, e s’è spento!
 Sentii gli occhi pungermi, e vidi
 che s’annerava lento lento.
 Ed ora perciò mi risento:
 a O sol sol sol sol . . . sole mio ?» 

Il gelsomino notturno

 E s’aprono i fiori notturni, 
 nell’ora che penso a’ miei cari.
 Sono apparse in mezzo ai viburni
 le farfalle crepuscolari. 
 Da un pezzo si tacquero i gridi: 
 là sola una casa bisbiglia.
 Sotto l’ali dormono i nidi,
 come gli occhi sotto le ciglia.
 Dai calici aperti si esala
 l’odore di fragole rosse. 
 Splende un lume là nella sala.
 Nasce l’erba sopra le fosse.
 Un’ape tardiva sussurra
 trovando già prese le celle.
 La Chioccetta per l’aia azzurra 
 va col suo pigolio di stelle.
 Per tutta la notte s’esala
 l’odore che passa col vento.
 Passa il lume su per la scala;
 brilla al primo piano: s’è spento . . .
 È l’alba: si chiudono i petali
 un poco gualciti; si cova,
 dentro l’urna molle e segreta,
 non so che felicità nuova. 

Il poeta solitario

 O dolce usignolo che ascolto
 (non sai dove), in questa gran 
 pace cantare cantare tra il folto,
 là, dei sanguini e delle acace;
 t’ho presa—perdona, usignolo— 
 una dolce nota, sol una,
 ch’io canto tra me solo solo,
 nella sera, al lume di luna.
 E pare una tremula bolla
 tra l’odore acuto del fieno, 
 un molle gorgoglio di polla,
 un lontano fischio di treno . . .
 Chi passa, al morire del giorno,
 ch’ode un fischio lungo laggiù
 riprende nel cuore il ritorno 
 verso quello che non è più.
 Si trova al nativo villaggio,
 vi ritrova quello che c’era:
 l’odore di mesi-di-maggio
 buon odor di rose e di cera. 
 Ne ronzano le litanie, 
 come l’api intorno una culla:
 ci sono due voci sì pie!
 di sua madre e d’una fanciulla. 
 Poi fatto silenzio, pian piano, 
 nella nota mia, che t’ho presa,
 risente squillare il lontano
 campanello della sua chiesa.
 Riprende l’antica preghiera,
 ch’ora ora non ha perchè; 
 si trova con quello che c’era,
 ch’ora ora ora non c’è.
 Chi sono ? Non chiederlo. Io piango,
 ma di notte, perch’ho vergogna.
 O alato, io qui vivo nel fango. 
 Sono un gramo rospo che sogna. 

La guazza

 Laggiù, nella notte, tra scosse
 d’un lento sonaglio, uno scalpito
 è fermo. Non anco son rosse 
 le cime dell’alpi.
 Nel cielo d’un languido azzurro, 
 le stelle si sbiancano appena:
 si sente un confuso sussurro
 nell’aria serena.
 Chi passa per tacite strade?
 Chi parla da tacite soglie? 
 Nessuno. È la guazza che cade
 sopr’aride foglie.
 Si parte, ch’è ora, nè giorno,
 sbarrando le vane pupille;
 si parte tra un murmure intorno 
 di piccole stille.
 In mezzo alle tenebre sole,
 qualcuna riluce un minuto;
 riflette il tuo Sole, o mio Sole:
 poi cade: ha veduto.

Primo canto

 Quando apparisce l’oro nel grano
 col verdolino nuovo dei tralci,
 e già nell’ore d’ozio il villano
 sopra una pietra batte le falci;
 dall’aie, dalle prode, dal fimo 
 che vaporando sente la state,
 voi con la gioia del canto primo,
 primi galletti, tutti cantate:
 Vita da re. . .!
 A tutte l’ore gettate all’aria, 
 chi di tra i solchi, chi di sui rami,
 la vostra voce stridula e varia,
 chi, che ripeta, chi, che richiami.
 Chi fioco i versi muta e rimuta,
 chi strilla quasi lo correggesse: 
 e l’uno dopo l’altro saluta
 la casa, il sole, l’ombra, la mèsse:
 Vita da re . . .!
 Galletti arguti, gloria dell’aia
 che da due mesi v’ospita e pasce, 
 ora la vostra vecchia massaia,
 quando vi sente, pensa alle grasce:
 quando vi sente, pensa ai padroni
 il contadino vostro che miete,
 e mentre lega manne e covoni, 
 galletti arguti, con voi ripete:
 Vita da re. . .!
 Quando, odorati sempre di lolla,
 lasciate i campi dove nasceste,
 perchè, se un’aspra mano vi sgrolla, 
 voi vi beccate tra voi le creste ?
 Lunga è la strada, grave la state,
 vi stringe il duro cappio di tozzo:
 voi l’uno all’altro rimproverate
 quel vostro canto chiuso nel gozzo: 
 Vita da re. . .!
 Poi nel paese, tra quattro mura,
 sotto il barlume forse d’un moggio,
 nella cucina tacita e scura
 voi ricordate l’aia ed il poggio; 
 e mentre tutti dormono, e scialba
 geme la luce dalle finestre,
 come un lamento lungo su l’alba
 suona l’antico grido silvestre:
 Vita da re. . .! 

La canzone del girarrosto

 I
 Domenica! il dì che a mattina
 sorride e sospira al tramonto! . . .

 Che ha quella teglia in cucina?
 che brontola brontola brontola. . .
 È fuori un frastuono di giuoco, 
 per casa è un sentore di spigo. . .
 Che ha quella pentola al fuoco ?
 che sfrigola sfrigola sfrigola. . .
 E già la massaia ritorna
 da messa; 
 così come trovasi adorna,
 s’appressa:
 la brage qua copre, là desta,
 passando, frr, come in un volo,
 spargendo un odore di festa, 
 di nuovo, di tela e giaggiolo.

 II
 La macchina è in punto; l’agnello
 nel lungo schidione è già pronto;
 la teglia è sul chiuso fornello,
 che brontola brontola brontola. . . 
 Ed ecco la macchina parte da sè,
 col suo trepido intrigo:
 la pentola nera è da parte,
 che sfrigola sfrigola sfrigola. . .
 Ed ecco che scende, che sale, 
 che frulla,
 che va con un dondolo eguale
 di culla.
 La legna scoppietta; ed un fioco
 fragore all’orecchio risuona 
 di qualche invitato, che un poco
 s’è fermo su l’uscio, e ragiona.

 III
 È l’ora, in cucina, che troppi
 due sono, ed un solo non basta:
 si cuoce, tra murmuri e scoppi, 
 la bionda matassa di pasta.
 Qua, nella cucina, lo svolo
 di piccole grida d’impero;
 là, in sala, il ronzare, ormai solo,
 d’un ospite molto ciarliero. 
 Avanti i suoi ciocchi, senz’ira
 nè pena,
 la docile macchina gira
 serena,
 qual docile servo, una volta 
 ch’ha inteso, nè altro bisogna:
 lavora nel mentre che ascolta,
 lavora nel mentre che sogna.

 IV
 Va sempre, s’affretta, ch’è l’ora,
 con una vertigine molle: 
 con qualche suo fremito incuora
 la pentola grande che bolle.
 È l’ora: s’affretta, nè tace,
 chè sgrida, rimprovera, accusa,
 col suo ticchettìo pertinace, 
 la teglia che brontola chiusa.
 Campana lontana si sente
 sonare.
 Un’altra con onde più lente,
 più chiare, 
 risponde. Ed il piccolo schiavo
 già stanco, girando bel bello,
 già mormora, intavola! in tavola!,
 e dondola il suo campanello.

Il viatico

 Là, suonano a doppio. Si sente,
 qua presso, uno struscio di gente,
 e suona suona un campanello
 sul dolce mezzodì.
 Si sente una lauda che sale
 tra il fremito delle cicale
 per il sentiero, ove il fringuello
 cauto via via zittì
 E passa un branchetto . . . Son quelli.
 Son poveri bimbi in capelli, 
 poi donne salmeggianti in coro,
 O vivo pan del ciel! . . .
 È un vecchio che parte; e il paese

 gli porta qualcosa che chiese,
 cantando sotto il cielo d’oro: 
 O vivo pan del ciel! . . .
 qualcosa che in tanti e tanti anni,
 cercando tra gioie ed affanni,
 ancora non potè riporre
 da portar via con sè.
 E gli altri si assidono a mensa, 
 ma egli ancor cerca, ancor pensa
 al niente, al niente che gli occorre,
 a un piccolo perchè,
 nel piccolo passo, ch’è un volo 
 di mosca, ch’è un attimo solo. . .
 Quel giorno anche per me, campane,
 sonate pur così,
 quel canto, in quell’ora, s’inalzi,
 portatemi, o piccoli scalzi, 
 portatelo anche a me quel pane,
 sul vostro mezzodì.

La fonte di Castelvecchio

 O voi che, mentre i culmini Apuani
 il sole cinge d’un vapor vermiglio, 
 e fa di contro splendere i lontani 
 vetri di Tiglio;
 venite a questa fonte nuova, sulle 
 teste la brocca, netta come specchio,
 equilibrando tremula, fanciulle
 di Castelvecchio;
 e nella strada che già s’ombra, il busso
 picchia de’ duri zoccoli, e la gonna 
 stiocca passando, e suona eterno il flusso
 della Corsonna:
 fanciulle, io sono l’acqua della Borra,
 dove brusivo con un lieve rombo
 sotto i castagni; ora convien che corra 
 chiusa nel piombo.
 A voi, prigione dalle verdi alture,
 pura di vena, vergine di fango,
 scendo; a voi sgorgo facile; ma, pure
 vergini, piango: 
 non come piange nel salir grondando
 l’acqua tra l’aspro cigolìo del pozzo: 
 io solo mando tra il gorgoglio blando 
 qualche singhiozzo.
 Oh! la mia vita di solinga polla 
 nel taciturno colle delle capre!

 udir soltanto foglia che si crolla,
 cardo che s’apre,
 vespa che ronza, e queruli richiami
 del forasiepe! Il mio cantar sommesso 
 era tra i poggi ornati di ciclami
 sempre lo stesso;
 sempre sì dolce! E nelle estive notti,
 più, se l’eterno mio lamento solo
 s’accompagnava ai gemiti interrotti 
 dell’assiuolo,
 più dolce, più! Ma date a me, ragazze
 di Castelvecchio, date a me le nuove
 del mondo bello: che si fa? le guazze
 cadono, o piove ? 
 e per le selve ancora si tracoglie, 
 o fate appietto? ed il metato fuma, 
 o giàpicchiate ? aspettano le foglie 
 molli la bruma,
 o le crinelle empite ne’ frondai 
 in cui dall’Alpe è scesa qualche breve
 frasca di faggio ? od è già l’Alpe ormai
 bianca di neve ?
 Più nulla io vedo, io che vedea non molto
 quando chiamavo, con il mio rumore 
 fresco, il fanciullo che cogliea nel folto
 macole e more.
 Col nepotino a me venìa la bianca
 vecchia, la Matta; e tuttavia la vedo
 andare come vaccherella stanca 
 va col suo redo.
 Nella deserta chiesa che rovina,
 vive la bianca Matta dei Beghelli
 più ? desta lei la sveglia mattutina
 più, de’ fringuelli? 
 Essa veniva al garrulo mio rivo 
 sempre garrendo dentro sè, la vecchia: 
 e io, garrendo ancora più, l’empivo
 sempre la secchia.
 Ah! che credevo d’essere sua cosa! 
 Con lei parlavo, ella parlava meco,
 come una voce nella valle ombrosa
 parla con l’eco.
 Però singhiozzo ripensando a questa
 che lasciai nella chiesa solitaria, 
 che avea due cose al mondo, e gliene resta
 l’una, ch’è l’aria.

Temporale

 È mezzodì. Rintomba.
 Tacciono le cicale
 nelle stridule seccie.
 E chiaro un tuon rimbomba
 dopo uno stanco, uguale, 
 rotolare di breccie.
 Rondini ad ali aperte
 fanno echeggiar la loggia
 de’ lor piccoli scoppi.
 Già, dopo l’afa inerte, 
 fanno rumor di pioggia
 le fogline dei pioppi.
 Un tuon sgretola l’aria.
 Sembra venuto sera.
 Picchia ogni anta su l’anta. 
 Serrano. Solitaria
 s’ode una capinera,
 là, che canta . . . che canta . . .
 E l’acqua cade, a grosse
 goccie, poi giù a torrenti, 
 sopra i fumidi campi.
 S’è sfatto il cielo: a scosse
 v’entrano urlando i venti
 e vi sbisciano i lampi.
 Cresce in un gran sussulto 
 l’acqua, dopo ogni rotto
 schianto ch’aspro diroccia;
 mentre, col suo singulto
 trepido, passa sotto
 l’acquazzone una chioccia. 
 Appena tace il tuono,
 che quando al fin già pare,
 fa tremare ogni vetro,
 tra il vento e l’acqua, buono,
 s’ode quel croccolare 
 co’ suoi pigolìi dietro.

La mia sera

 Il giorno fu pieno di lampi;
 ma ora verranno le stelle,
 le tacite stelle. Nei campi
 c’è un breve gre gre di ranelle.
 Le tremule foglie dei pioppi
 trascorre una gioia leggiera.
 Nel giorno, che lampi! che scoppi!
 Che pace, la sera! 
 Si devono aprire le stelle
 nel cielo sì tenero e vivo.
 Là, presso le allegre ranelle,
 singhiozza monotono un rivo.
 Di tutto quel cupo tumulto,
 di tutta quell’aspra bufera,
 non resta che un dolce singulto
 nell’umida sera.
 E’, quella infinita tempesta,
 finita in un rivo canoro.
 Dei fulmini fragili restano
 cirri di porpora e d’oro.
 O stanco dolore, riposa!
 La nube nel giorno più nera
 fu quella che vedo più rosa
 nell’ultima sera.
 Che voli di rondini intorno!
 Che gridi nell’aria serena!
 La fame del povero giorno
 prolunga la garrula cena.
 La parte, sì piccola, i nidi
 nel giorno non l’ebbero intera.
 Nè io … che voli, che gridi,
 mia limpida sera!
 Don … Don … E mi dicono, Dormi!
 mi cantano, Dormi! sussurrano, 
 Dormi! bisbigliano, Dormi!
 là, voci di tenebra azzurra …
 Mi sembrano canti di culla,
 che fanno ch’io torni com’era …
 sentivo mia madre … poi nulla …
 sul far della sera.

Il sogno della vergine

 I
 La vergine dorme. Ma lenta 
 la fiamma dal puro alabastro 
 le immemori palpebre tenta;
 bussa alla chiusa anima. Il lume 
 vacilla nell’ombra, come astro 
 di vita tra un velo di brume.
 Echeggia nell’anima, invasa 
 dal sonno, quel battere, e pare 
 destare la tacita casa.
 La casa si desta: un sorriso
 s’accende, si muove ed appare 
 via via qua e là per il viso . . .
 La vergine sogna; ed un rivo 
 di sangue stupisce le intatte 
 sue vene, d’un sangue più vivo, 
 più’ tiepido: come di latte. . .

 II
 Stupisce le placide vene 
 quel flutto soave e straniero
 quel rivolo, labile, lene,
 d’ignota sorgente, che sembra 
 che inondi di blando mistero
 le pie sigillate sue membra.
 Le gracili membra non sanno
 lo schianto, non sanno l’amplesso:
 nel cuore, sì forse un affanno 
 c’è, l’ombra di un palpito, l’orma
 d’un grido: il respiro sommesso
 d’un vago ricordo che dorma;
 che dorma nel cuore ed esali
 nel cuore il suo sonno romito. 
 La vergine sogna: ecco, un alito
 piccolo, accanto . . . un vagito . . .

 III
 Un figlio! che posa nel letto
 suo vergine! e cerca assetato

 le fonti del vergine petto! 
 O figlio d’un intimo riso 
 dell’anima! o fiore non nato 
 da seme, e sbocciato improvviso!
 Tu fiore non retto da stelo
 tu luce non nata da fuoco, 
 tu simile a stella del cielo;
 dal cielo dell’anima, ov’ora
 sbocciasti improvviso, tra poco
 tu dileguerai nell’aurora.
 In tanto tu vivi per una 
 breve ora; in un’anima, in tanto,
 di vergine: in quella tua cuna
 tu piangi il tuo tacito pianto.

 IV
 Si dondola dondola dondola
 senza rumore la cuna 
 nel mezzo al silenzio profondo;
 così, come tacito al vento
 nel tacito lume di luna,
 si dondola un cirro d’argento.
 Oh! dormi col tremolìo muto 
 dell’esile cuna che avesti!
 non piangerlo tutto, il minuto
 che avesti, dell’esile vita!
 nel cuore di mamma non resti
 quell’eco di pianto, infinita! 
 Sorridile, guardala; appressati 
 a mamma, ch’ormai non ha più, 
 per vivere un poco ancor essa, 
 che il poco di fiato ch’hai tu!

 V
 Il lume inquieto ora salta 
 guizzando, ora crepita e scende:
 s’è spento. Quiete più alta.
 Nell’ombra già rara, già scialba
 traverso le immobili tende
 si sfuma la nebbia dell’alba. 
 Il fiore improvviso, non sorto
 da seme, non retto da stelo. . .
 svanito! Non nato, non morto:
 svanito nell’alito chiaro
 dell’alba! svanito dal cielo 
 notturno del sogno!—Cantarono
 i galli, rabbrividì l’aria,
 s’empì di scalpicci la via;
 da lungi squillò solitaria
 la voce dell’Avemaria— 

Ov’è?

 C’è uno di nuovo stamane
 su nella casa solitaria.
 Dall’uscio leva il muso il cane,
 ne odora la vocina in aria.
 Eppure fu notte serena! 
 nè l’uscio sui gangheri appena

 ciulì . . .
 Non l’hanno (che dicono ?) preso
 in una ceppa di castagno!
 Stanotte si sarebbe inteso 
 nel gran silenzio quel suo lagno.
 Invece nei prati tranquilli
 non c’era che il canto dei grilli:
 tri. . . tri. . .
 Non l’hanno comprato alla fiera,
 non l’hanno avuto dal convento.
 Stanotte per le vie non c’era
 che qualche scalpiccìo del vento;
 e intorno alle tacite case
 poi sola la voce rimase 
 del chiù.
 Le case eran tacite; chiare
 le vie; dormiva il cane all’uscio.
 In casa egli dovette entrare,
 come il pulcino nel suo guscio! 
 Cadevano stelle celesti,
 brillando . . . Oh! dal cielo cadesti
 pur tu!
 Dal cielo! Dal cielo! che piove
 la guazza su le dure zolle. 
 Tu sei caduto, e non sai dove
 e giri l’occhio tutto molle.
 Non fu la caduta di nulla!
 Ma c’era una morbida culla
 per te! 
 Oh! il mondo in cui oggi ti trovi,
 del tuo cielo non t’è più caro!
 fai tante rughe! e sempre muovi
 la bocca, che ci senti amaro!
 Oh! il cielo! il tuo cielo! e ne chiedi
 col fievole grido a chi vedi:
 ov’è? ov’è?
 Ne chiedi ai ragazzi, col giorno
 venuti sopra il piè leggieri,
 e alle rondini che intorno 
 passano come lampi neri.
 Nè più, tra il bisbiglio e il sussurro
 capisci, il tuo cielo d’azzurro
 dov’è.
 Zitti! . . . ora non chiede più nulla:
 dov’è, sua madre gliel’ha detto.
 A lei lo porser dalla culla;
 la mamma se l’è messo al petto.
 Oh! ecco il suo cielo infinito!
 E più non si sente il vagito: 
 ov’è? ov’è?

La servetta di monte

 Sono usciti tutti. La serva
 è in cucina, sola e selvaggia.
 In un canto siede ed osserva
 tanti rami appesi alla staggia.
 Fa un giro con gli occhi, e bel bello 
 ritorna a guardarsi il pannello.
 Non c’è nulla ch’essa conosca.
 Tutto pende tacito e tetro.
 E non ode che qualche mosca
 che d’un tratto ronza ad un vetro;
 non ode che il croccolìo roco
 che rende la pentola al fuoco.
 Il musino aguzzo del topo
 è apparito ad uno spiraglio.
 È sparito, per venir dopo: 
 fa già l’acqua qualche sonaglio . .
 Lontano lontano lontano
 si sente sonare un campano.
 È un muletto per il sentiero,
 che s’arrampica su su su; 
 che tra i faggi piccolo e nero
 si vede e non si vede più.
 Ma il suo campanaccio si sente
 sonare continuamente.
 È forse anco un’ora di giorno. 
 C’è nell’aria un fiocco di luna.
 Come è dolce questo ritorno
 nella sera che non imbruna!
 per una di queste serate!
 tra tanto odorino d’estate! 
 La ragazza guarda, e non sente
 più il campano che a quando a quando.
 Glielo vela forse il torrente
 che a’ suoi piedi cade scrosciando;
 se forse non glielo nasconde 
 la brezza che scuote le fronde;
 od il canto dell’usignolo
 che, tacendo passero e cincia,
 solo solo con l’assïuolo
 la sua lunga veglia comincia, 
 ch’ha fine su l’alba, alla squilla,
 nel cielo, della tottavilla.

Addio.

 Dunque, rondini rondini, addio!
 Dunque andate, dunque ci lasciate
 per paesi tanto a noi lontani.
 È finita qui la rossa estate.
 Appassisce l’orto: i miei gerani 
 più non hanno che i becchi di gru.
 Dunque, rondini rondini, addio!
 Il rosaio qui non fa più rose.
 Lungo il Nilo voi le rivedrete.
 Volerete sopra le mimose 
 della Khala, dentro le ulivete
 del solingo Achilleo di Corfù.
 Oh! se, rondini rondini, anch’io. . .
 Voi cantate forse morti eroi,
 su quest’albe, dalle vostre altane,
 quando ascolto voi parlar tra voi
 nella vostra lingua di gitane,
 una lingua che più non si sa.
 Oh! se, rondini rondini, anch’io . . .
 O son forse gli ultimi consigli 
 ai piccini per il lungo volo.
 Rampicati stanno al muro i figli
 che al lor nido con un grido solo
 si rivolgono a dire: Si va?
 Dunque, rondini rondini, addio!
 Non saranno quelle che le case
 han murato questo marzo scorso,
 che a rifarne forse le cimase
 strisceranno sopra il Rio dell’Orso,
 che rugliava, e non mormora più.
 Dunque, rondini rondini, addio!
 Ma saranno pur gli stessi voli;
 ma saranno pur gli stessi gridi;
 quella gioia, per gli stessi soli;
 quell’amore, negli stessi nidi: 
 risarà tutto quello che fu.
 Oh! se, rondini rondini, anch’io. . .
 io li avessi quattro rondinotti
 dentro questo nido mio di sassi!
 ch’io vegliassi nelle dolci notti, 
 che in un mesto giorno abbandonassi
 alla libera serenità!
 Oh! se, rondini rondini, anch’io . . .
 rivolando su le vite loro,
 ritrovando l’alba del mio giorno,
 rimurassi sempre il mio lavoro,
 ricantassi sempre il mio ritorno,
 mio ritorno dal mondo di là!

La cavalla storna

 Nella Torre il silenzio era già alto. 
 Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
 I cavalli normanni alle lor poste 
 frangean la biada con rumor di croste.
 Là in fondo la cavalla era, selvaggia, 
 nata tra i pini su la salsa spiaggia;
 che nelle froge avea del mar gli spruzzi
 ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
 Con su la greppia un gomito, da essa
 era mia madre; e le dicea sommessa:
 « O cavallina, cavallina storna, 
 che portavi colui che non ritorna;
 tu capivi il suo cenno ed il suo detto! 
 Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

 il primo d’otto tra miei figli e figlie; 
 e la sua mano non tocco’ mai briglie.
 Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
 tu dai retta alla sua piccola mano.
 Tu c’hai nel cuore la marina brulla,
 tu dai retta alla sua voce fanciulla». 
 La cavalla volgea la scarna testa 
 verso mia madre, che dicea più mesta:
 « O cavallina, cavallina storna, 
 che portavi colui che non ritorna;
 lo so, lo so, che tu l’amavi forte! 
 Con lui c’eri tu sola e la sua morte
 O nata in selve tra l’ondate e il vento,
 tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
 sentendo lasso nella bocca il morso,
 nel cuor veloce tu premesti il corso: 
 adagio seguitasti la tua via, 
 perché facesse in pace l’agonia . . . »
 La scarna lunga testa era daccanto 
 al dolce viso di mia madre in pianto.
 «O cavallina, cavallina storna, 
 che portavi colui che non ritorna;
 oh! due parole egli dove’ pur dire!
 E tu capisci, ma non sai ridire.
 Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
 con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, 
 con negli orecchi l’eco degli scoppi, 
 seguitasti la via tra gli alti pioppi:
 lo riportavi tra il morir del sole, 
 perché udissimo noi le sue parole».
 Stava attenta la lunga testa fiera. 
 Mia madre l’abbraccio’ su la criniera.
 « O cavallina, cavallina storna,
 portavi a casa sua chi non ritorna!
 a me, chi non ritornerà più mai!
 Tu fosti buona . . . Ma parlar non sai!
 Tu non sai, poverina; altri non osa. 
 Oh! ma tu devi dirmi una una cosa! 
 Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise: 
 esso t’è qui nelle pupille fise. 
 Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
 E tu fa cenno. Dio t’insegni, come».
 Ora, i cavalli non frangean la biada:
 dormian sognando il bianco della strada.
 La paglia non battean con l’unghie vuote:
 dormian sognando il rullo delle ruote.
 Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: 
 disse un nome . . . Sonò alto un nitrito. 

In ritardo

 E l’acqua cade su la morta estate, 
 e l’acqua scroscia su le morte foglie; 
 e tutto è chiuso, e intorno le ventate
 gettano l’acqua alle inverdite soglie;
 e intorno i tuoni brontolano in aria; 
 se non qualcuno che rotola giù.
 Apersi un poco la finestra: udii
 rugliare in piena due torrenti e un fiume;
 e mi parve d’udir due scoppiettìi
 e di vedere un nereggiar di piume. 
 O rondinella spersa e solitaria, 
 per questo tempo come sei qui tu ?
 Oh! non è questo un temporale estivo
 col giorno buio e con la rosea sera,

 sera che par la sera dell’arrivo, 
 tenera e fresca come a primavera,
 quando, trovati i vecchi nidi al tetto,
 li salutava allegra la tribù.
 Se n’è partita la tribù, da tanto!
 tanto, che forse pensano al ritorno, 
 tanto che forse già provano il canto
 che canteranno all’alba di quel giorno:
 sognano l’alba di San Benedetto
 nel lontano Baghirmi e nel Bornù.
 E chiudo i vetri. Il freddo mi percuote, 
 L’acqua mi sferza, mi respinge il vento.
 Non più gli scoppiettìi, ma le remote
 voci dei fiumi, ma sgrondare io sento
 sempre più l’acqua, rotolare il tuono,
 il vento alzare ogni minuto più. 
 E fuori vedo due ombre, due voli, 
 due volastrucci nella sera mesta, 
 rimasti qui nel grigio autunno soli, 
 ch’aliano soli inmezzo alla tempesta:
 rimasti addietro il giorno del frastuono, 
 delle grida d’amore e gioventù
 Son padre e madre. C’è sotto le gronde
 un nido, in fila con quei nidi muti,
 il lor nido che geme e che nasconde
 sei rondinini non ancor pennuti. 
 Al primo nido già toccò sventura.
 Fecero questo accanto a quel che fu.
 Oh! tardi! Il nido ch’è due nidi al cuore,
 ha fame in mezzo a tante cose morte;
 e l’anno è morto, ed anche il giorno muore,
 e il tuono muglia, e il vento urla più forte,
 e l’acqua fruscia, ed è già notte oscura,
 e quello ch’era non sarà mai più.

La tessitrice

 Mi son seduto su la panchetta 
 come una volta . . . quanti anni fa ? 
 Ella, come una volta, s’è stretta 
 su la panchetta.
 E non il suono d’una parola; 
 solo un sorriso tutto pietà.
 La bianca mano lascia la spola.
 Piango, e le dico: Come ho potuto,
 dolce mio bene, partir da te?
 Piange, e mi dice d’un cenno muto: 
 Come hai potuto ?
 Con un sospiro quindi la cassa 
 tira del muto pettine a sè. 
 Muta la spola passa e ripassa.
 Piango, e le chiedo: Perchè non suona
 dunque l’arguto pettine più?
 Ella mi fissa timida e buona:
 Perchè non suona?
 E piange, piange—Mio dolce amore,
 non t’hanno detto? non lo sai tu ? 
 Io non son viva che nel tuo cuore.
 Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso
 per te soltanto; come, non so:

 in questa tela, sotto il cipresso,
 accanto alfine ti dormirò— 

Casa mia

 Mia madre era al cancello. 
 Che pianto fu! Quante ore!
 Lì, sotto il verde ombrello 

 della mimosa in fiore! 
 M’era la casa avanti, 
 tacita al vespro puro,
 tutta fiorita al muro
 di rose rampicanti.
 Ella non anche sazia
 di lagrime, parlò: 
 a Sai, dopo la disgrazia,
 ci ristringemmo un po’ . . . »
 Una lieve ombra d’ale
 annunzïò la notte
 lungo le bergamotte 
 e i cedri del viale.
 «ci ristringemmo un poco,
 con le tue bimbe; e fanno . . . »
 Era il suo dire fioco
 fioco, con qualche affanno.
 S’udivano sussurri 
 cupi di macroglosse 
 su le peonie rosse 
 e sui giaggioli azzurri. 
 « Fanno per casa (io siedo)
 le tue sorelle tutto.
 Quando così le vedo,
 col grembiul bianco, in lutto . . . »
 Io vidi allor la mia
 vita passar soave, 
 tra le sorelle brave,
 presso la madre pia.
 Dissi: «Oh! restare io voglio!
 Vidi nel mio cammino
 al sangue del trifoglio 
 presso il celeste lino.
 Qui sperderò le oscure
 nubi e la mia tempesta,
 presso la madre mesta,
 tra le sorelle pure! 
 Lavorerò di lena 
 tutto il gran giorno; e sento 
 ch’alla tua parca cena 
 m’assiderò contento, 
 quando dal mio lavoro, 
 o la tua lieve mano
 od il vocìo lontano
 mi chiamerà, di loro.
 E sarò lieto e ricco
 io delle mie fatiche, 
 quando ogni tenue chicco
 germinerà tre spiche.
 E comprerò leggiadre
 vesti alle mie fanciulle,
 e l’abito di tulle 
 alla lor dolce madre»
 Così dicevo: in tanto
 ella piangea più forte,
 e gocciolava il pianto
 per le sue guancie smorte. 
 S’udivano sussurri 
 cupi di macroglosse 
 su le peonie rosse 
 e sui giaggioli azzurri. 
 «Oh! tu lavorerai 
 dove son io ? Ma dove
 son io, figliuolo, sai,
 ci nevica e ci piove!»
 lieve ombra d’ale
 annunziò la notte 
 lungo le bergamotte
 e i cedri del viale.
 «Oh! dolce qui sarebbe
 vivere? oh! qui c’è bello?
 Altri qui nacque e crebbe!
 Io sto, vedi, al cancello»
 M’era la casa avanti
 tacita al vespro puro,
 tutta fiorita al muro
 di rose rampicanti. 

Mia madre

 Zitti, coi cuori colmi, 
 ci allontanammo un poco. 
 Tra il nereggiar degli olmi 
 brillava il cielo in fuoco.
 . . Come fa presto sera, 
 o dolce madre, qui!
 Vidi una massa buia
 di là del biancospino:
 vi ravvisai la thuia,
 l’ippocastano, il pino. . . 
 . . . Or or la mattiniera
 voce mandò il luì;
 Tra i pigolìi dei nidi,
 io vi sentii la voce
 mia di fanciullo . . . E vidi, 
 nel crocevia, la croce.
 . . . sonava a messa, ed era
 l’alba del nostro dì:
 E vidi la Madonna
 dell’Acqua, erma e tranquilla,
 con un fruscìo di gonna,
 dentro, e l’odor di lilla.
 . . . pregavo . . . E la preghiera
 di mente già m’uscì!
 Sospirò ella, piena 
 di non so che sgomento.
 Io me le volsi: appena
 vidi il tremor del mento.
 . . Come non è che sera,
 madre, d ‘un solo dì ? 
 Me la miravo accanto 
 esile sì, ma bella: 
 pallida sì, ma tanto 
 giovane! una sorella! 
 bionda così com’era 
 quando da noi partì.

Commiato

 Una stella sbocciò nell’aria. 
 Le risplendè nelle pupille. 
 Su la campagna solitaria 
 tremava il pianto delle squille. 
 —È ora, o figlio, ora ch’io vada. 
 Sono stata con te lunghe ore.
 Tra questi bussi è la mia strada;
 la tua, tra quelle acacie in fiore.
 Sii buono e forte, o figlio mio:
 va dove t’aspettano. Addio! 
 . . . Venir con te? Ma non è dato!

 Sai pure: m’han cacciata via.
 Ci fu chi non mi volle allato
 nel mondo, così larga via;
 chi non permise che, sai pure, 
 stessi con le mie creature.
 . . . Tu venir qui ? Viene chi muore . . .
 E tu vuoi dunque venir qui.
 Sei stanco: è vero ? Hai male al cuore.
 Quel male l’ebbi anch’io, Zvanî! 
 È un male che non fa dormire;
 ma che alfine poi fa morire—
 Si chiudevano i casolari.
 Cresceva l’ombra delle cose.
 Ancor tra i lontani filari 
 traspariva color di rose.
 —Ma dimmi, o madre, dimmi almeno,
 se nel tramonto del suo giorno
 tuo figlio si deve sereno
 preparare per un ritorno! 
 se ciò che qualcuno ci prende,
 v’è qualch’altro che ce lo rende!
 Ricorderò quella preghiera
 con quei gesti e segni soavi:
 tuo figlio risarà qual era 
 allora che glieli insegnavi:
 s’abbraccerà tutto all’altare:
 ma fa che ritorni a sperare!
 A sperare e ora e nell’ora
 così bella se a te conduce! 
 O madre, fa ch’io creda ancora
 in ciò ch’è amore, in ciò ch’è luce!
 O madre, a me non dire, Addio,
 se di là è, se teco è Dio!—
 Sfioriva il crepuscolo stanco. 
 Cadeva dal cielo rugiada.
 Non c’era avanti me, che il bianco
 della silenziosa strada.

Giovannino

 In una breccia, allo smorir del cielo,
 vidi un fanciullo pallido e dimesso.
 Il fior caduto ravvisò lo stelo;
 io nel fanciullo ravvisai me stesso.
 Ci rivedemmo all’ultimo riflesso; 
 e sì: l’uno dell’altro ebbe pietà.
 Gli dissi: «Tu sei qui solo soletto:
 un mucchiarello d’alga presso il mare.
 Hai visto un chiuso, e tu non hai più tetto;
 di là c’è gente, e tu vorresti entrare. 
 Oh! quella casa è senza focolare:
 non c’è, fuor che silenzio, altro, di là».

 Scosse i capelli biondi di su gli occhi.
 No!» mi rispose: «là c’è il camposanto.
 Tua madre ti riprende sui ginocchi; 
 tu ti rivedi i fratellini accanto.
 Si trova un bacio quando qui s’è pianto;
 si trova quello che smarrimmo qui».
 O fior caduto alla mia vita nuova! »
 io rispondeva, «o raggio del mattino!
 Io persi quello che non più si trova,
 e vano è stato il lungo mio cammino. 
 A notte io vedo stanco pellegrino, 
 che deviai su l’alba del mio dì! 
 Felice te che a quello che rimpiango,
 così da presso, al limitar, rimani!»
 « Misero me, che fuori ne rimango,
 così lontano come i più lontani!
 Alla porta che s’apre alzo le mani,
 ma tu sai ch’io . . . non posso entrarvi più. 
 S’apre a tant’altri gracili fanciulli,
 addormentati sui lor lunghi temi,
 addormentati in mezzo ai lor trastulli;
 s’apre appena e si chiude e par che tremi;
 assai se, là, venir tra i crisantemi 
 vedo la rossa veste di Gesù! . . .»