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Canti di Castelvecchio
PoesiaIo sono una lampada ch’arda soave! la lampada, forse, che guarda pendendo alla fumida trave, la veglia che fila; e ascolta novelle e ragioni da bocche celate nell’ombra, ai cantoni, là dietro le soffici rócche che albeggiano in fila: ragioni, novelle, e saluti d’amore, all’orecchio, confusi: gli assidui bisbigli perduti nel sibilo assiduo dei fusi; le vecchie parole sentite da presso con palpiti nuovi, tra il sordo rimastico mite dei bovi: II la lampada, forse, che a cena raduna; che sboccia sul bianco, e serena su l’ampia tovaglia sta, luna su prato di neve; e arride al giocondo convito; poi cenna, d’un tratto, ad un piccolo dito, là, nero tuttor della penna che corre e che beve: ma lascia nell’ombra, alla mensa, la madre, nel tempo ch’esplora la figlia più grande che pensa guardando il mio raggio d’aurora: rapita nell’aurea mia fiamma non sente lo sguardo tuo vano; già fugge, è già, povera mamma, lontano ! III Se già non la lampada io sia, che oscilla davanti a una dolce Maria, vivendo dell’umile stilla di cento capanne: raccolgo l’uguale tributo d’ulivo da tutta la villa, e il saluto del colle sassoso e del rivo sonante di canne: e incende, il mio raggio, di sera, tra l’ombra di mesta viola, nel ciglio che prega e dispera, la povera lagrima sola; e muore, nei lucidi albori, tremando, il mio pallido raggio, tra cori di vergini e fiori di maggio: IV o quella, velata, che al fianco t’addita la donna più bianca del bianco lenzuolo, che in grembo, assopita, matura il tuo seme; o quella che irraggia una cuna —la barca che, alzando il fanal di fortuna, nel mare dell’essere varca, si dondola, e geme—; o quella che illumina tacita tombe profonde—con visi scarniti di vecchi; tenaci di vergini bionde sorrisi; tua madre! . . . nell’ombra senz’ore per te, dal suo triste riposo, congiunge le mani al suo cuore già róso!— V Io sono la lampada ch’arde soave ! nell’ore più sole e più tarde, nell’ombra più mesta, più grave, più buona, o fratello! Ch’io penda sul capo a fanciulla che pensa, su madre che prega, su culla che piange, su garrula mensa, su tacito avello; lontano risplende l’ardore mio casto all’errante che trita notturno, piangendo nel cuore, la pallida via della vita: s’arresta; ma vede il mio raggio, che gli arde nell’anima blando: riprende l’oscuro viaggio cantando. La partenza del BoscaioloI La scure prendi su, Lombardo, da Fiumalbo e Frassinoro! Il vento ha già spiumato il cardo, fruga la tua barba d’oro. Lombardo, prendi su la scure, da Civago e da Cerù: è tempo di passar l’alture: tient’a su! tient’a su! tient’a su! II Più fondo scavano le talpe nelle prata in cui già brina. E tempo che tu passi l’Alpe, chè la neve s’avvicina. Le talpe scavano più fondo. Vanno più alte le gru. Fa come queste, e va pel mondo: tient’a su! tient’a su! tient’a su! III Per le faggete e l’abetine, dalle fratte e dal ruscello, quel canto suona senza fine, chiaro come un campanello. Per l’abetine e le faggete canta, ogni ora ogni dì più, la cinciallegra, e ti ripete: tient’a su! tient’a su! tient’a su! IV Di bosco è come te, la cincia: campa su la macchia anch’essa. Sa che, col verno che comincia, ti finisce la rimessa. La cincia è come te, di bosco: sa che pane non n’hai più. Va dove n’ha rimesso il Tosco: tient’a su! tient’a su! tient’a su! V Le gemme qua e là col becco picchia: anch’essa è taglialegna. Nel bosco è un picchierellar secco della cincia che t’insegna. Col becco qua e là le gemme picchia al mo’ che picchi tu. Va, taglialegna, alle maremme. tient’a su! tient’a su! tient’a su! VI Ha il nido qua e là nei buchi d’ischie o d’olmi, ove gli garba; e pensa forse a que’ tuoi duchi, grandi, dalla lunga barba. Nei buchi erbiti dove ha il nido, pensa al gran tempo che fu; e getta ancora il vecchio grido: tient’a su! tient’a su! tient’a su! VII Un’azza è quella con cui squadri là, nel verno, il pino e il cerro; con cui picchiavano i tuoi padri sopra i grandi elmi di ferro. Tu squadri i tronchi, ora; con l’azza butti le foreste giù. Va ora senza più corazza. . . tient’a su! tient’a su! tient’a su! VIII Rimane nella valle il canto. Sono ormai, le cincie, sole. La scure dei lombardi intanto lassù brilla contro al sole. E sempre il canto che rimane, giunge in alto alla tribù, che parte a guadagnarsi il pane; tient’a su! tient’a su! tient’a su! L’uccellino del freddoI Viene il freddo. Giri per dirlo tu, sgricciolo, intorno le siepi; e sentire fai nel tuo zirlo lo strido di gelo che crepi. Il tuo trillo sembra la brina che sgrigiola, il vetro che incrina. . . trr trr trr terit tirit II Viene il verno. Nella tua voce c’è il verno tutt’arido e tecco. Tu somigli un guscio di noce, che ruzzola con rumor secco. T’ha insegnato il breve tuo trillo con l’elitre tremule il grillo . . . trr trr trr terit tirit. . . III Nel tuo verso suona scrio scrio, con piccoli crepiti e stiocchi, il segreto scricchiolettio di quella catasta di ciocchi. Uno scricchiolettio ti parve d’udirvi cercando le larve. . . trr trr trr terit tirit. . . IV Tutto, intorno, screpola rotto. Tu frulli ad un tetto, ad un vetro. Così rompere odi lì sotto, così screpolare lì dietro. Oh! lì dentro vedi una vecchia che fiacca la stipa e la grecchia. . . trr trr trr terit tirit. . . V Vedi il lume, vedi la vampa. Tu frulli dal vetro alla fratta. Ecco un tizzo soffia, una stiampa già croscia, una scorza già scatta. Ecco nella grigia casetta l’allegra fiammata scoppietta. . . trr trr trr terit tirit. . . VI Fuori, in terra, frusciano foglie cadute. Nell’Alpe lontana ce n’è un mucchio grande che accoglie la verde tua palla di lana. Nido verde tra foglie morte, che fanno, ad un soffio più forte. . . trr trr trr terit tirit. I due girovaghiSiamo soli. Bianca l’aria vola come in un mulino. Nella terra solitaria siamo in due, sempre in cammino. Soli i miei, soli i tuoi stracci per le vie. Non altro suono che due gridi: — Oggi ci sono e doman me ne vo . . . — Stacci! stacci! stacci! Io di qua, battendo i denti, tu di là, pestando i piedi: non ti vedo, e tu mi senti; io ti sento, e non mi vedi. Noi gettiamo i nostri urlacci, come cani in abbandono fuor dell’uscio: — Oggi ci sono e doman me ne vo . . . — Stacci! stacci! stacci! Questa terra ha certe porte, che ci s’entra e non se n’esce. È il castello della morte. S’ode qui l’erba che cresce: crescer l’erba e i rosolacci qui, di notte, al tempo buono: ma nient’altro. . . — Oggi ci sono e doman me ne vo. . . — Stacci! stacci! stacci! C’incontriamo . . . Io ti derido?! No, compagno nello stento! No, fratello! È un vano grido che gettiamo al freddo vento. Nè c’è un viso che s’affacci per dire, Eh! spazzacamino! . . . per dire, Oh! quel vecchiettino degli stacci degli stacci! . . . — stacci! stacci! Il brividoMi scosse, e mi corse le vene il ribrezzo. Passata m’è forse rasente, col rezzo dell’ombra sua nera, la morte. . . Com’era ? Veduta vanita, com’ombra di mosca: ma ombra infinita, di nuvola fosca che tutto fa sera: la morte. . . Com’era ? Tremenda e veloce come un uragano che senza una voce dilegua via vano: silenzio e bufera: la morte. . . Com’era ? Chi vede lei, serra nè apre più gli occhi. Lo metton sotterra che niuno lo tocchi, gli chieda — Com’era? rispondi . . . com’era ? — Notte d’invernoIl Tempo chiamò dalla torre lontana. . . Che strepito! È un treno, là, se non è il fiume che corre. O notte! Nè prima io l’udiva, lo strepito rapido, il pieno fragore di treno che arriva; sì, quando la voce straniera, di bronzo, me chiese; sì, quando mi venne a trovare ov’io era, squillando squillando nell’oscurità. Il treno s’appressa. . . Già sento la querula tromba che geme, là, se non è l’urlo del vento. E il treno rintrona rimbomba, rimbomba rintrona, ed insieme risuona una querula tromba. E un’altra, ed un’altra— Non essa m’annunzia che giunge?—io domando. — Quest’altra! - Ed il treno s’appressa tremando tremando nell’oscurità. Sei tu che ritorni. Tra poco ritorni, tu, piccola dama, sul mostro dagli occhi di fuoco. Hai freddo? paura? C’è un tetto, c’è un cuore, c’è il cuore che t’ama qui! Riameremo. T’aspetto. Già il treno rallenta, trabalza, sta. . . Mia giovinezza, t’attendo! Già l’ultimo squillo s’inalza gemendo gemendo nell’oscurità . . . E il Tempo lassù dalla torre mi grida ch’è giorno. Risento la tromba e la romba che corre. Il giorno è coperto di brume. Quel flebile suono è del vento, quel labile tuono è del fiume. È il fiume ed è il vento, so bene, che vengono vengono, intendo, così come all’anima viene, piangendo piangendo, ciò che se ne va. Per sempreIo t’odio?! . . . Non t’amo più, vedi, non t’amo . . . Ricordi quel giorno ? Lontano portavano i piedi un cuor che pensava al ritorno. E dunque tornai . . . tu non c’eri. Per casa era un’eco dell’ieri, d’un lungo promettere. E meco di te portai sola quell’eco: PER SEMPRE ! Non t’odio. Ma l’eco sommessa di quella infinita promessa vien meco, e mi batte nel cuore col palpito trito dell’ore; mi strilla nel cuore col grido d’implume caduto dal nido: PER SEMPRE! Non t’amo. Io guardai, col sorriso, nel fiore del molle tuo letto. Ha tutti i tuoi occhi, ma il viso non tuo. E baciai quel visetto straniero, senz’urto alle vene. Le dissi: «E a me, mi vuoi bene?» «Sì, tanto!» E i tuoi occhi in me fisse. «Per sempre?» le dissi. Mi disse: PER SEMPRE! Risposi: «Sei bimba e non sai Per sempre che voglia dir mai!» Rispose: «Non so che vuol dire?» Per sempre vuol dire Morire. . . sì: addormentarsi la sera: restare così come s’era, PER SEMPRE ! La nonnaTra tutti quei riccioli al vento, tra tutti quei biondi corimbi, sembrava, quel capo d’argento, dicesse col tremito, bimbi, sì . . . piccoli, sì . . . E i bimbi cercavano in festa, talora, con grido giulivo, le tremule mani e la testa che avevano solo di vivo quel povero sì. Sì, solo; sì, sempre, dal canto del fuoco, dall’umile trono; sì, per ogni scoppio di pianto, per ogni preghiera: perdono, sì . . . voglio, sì . . . sì! Sì, pure al lettino del bimbo malato . . . La Morte guardava, la Morte presente in un nimbo. . . La tremula testa dell’ava diceva sì! sì! Sì, sempre; sì, solo; le notti lunghissime, altissime! Nera moveva, ai lamenti interrotti, la Morte da un angolo. . . C’era quel tremulo sì, quel sì, presso il letto . . . E sì, prese la nonna, la prese lasciandole vivere il bimbo. Si tese quel capo in un brivido blando, nell’ultimo sì. La canzone della granataI Ricordi quando eri saggina, coi penduli grani che il vento scoteva, come una manina di bimbo il sonaglio d’argento ? Cadeva la brina; la pioggia cadeva: passavano uccelli gemendo: tu gracile e roggia tinnivi coi cento ramelli. Ed oggi non più come ieri tu senti la pioggia e la brina, ma sgrigioli come quand’eri saggina. II Restavi negletta nei solchi quand’ogni pannocchia fu colta: te, colsero, quando i bifolchi v’ararono ancora una volta. Un vecchio ti prese, recise, legò; ti privò della bella semenza tua rossa; e ti mise nell’angolo, ad essere ancella. E in casa tu resti, in un canto, negletta qui come laggiù; ma niuno è di casa pur quanto sei tu. III Se t’odia colui che la trama distende negli alti solai, l’arguta gallina pur t’ama, cui porti la preda che fai. E t’ama anche senza, chè ai costi ti sbalza, ed i grani t’invola, residui del tempo che fosti saggina, nei campi già sola. Ma più, gracilando t’aspetta con ciò che in tua vasta rapina le strascichi dalla già netta cucina. IV Tu lasci che t’odiino, lasci che t’amino: muta, il tuo giorno, nell’angolo, resti, coi fasci di stecchi che attendono il forno. Nell’angolo il giorno tu resti, pensosa del canto del gallo; se al bimbo tu già non ti presti, che viene, e ti vuole cavallo. Riporti, con lui che ti frena, le paglie ch’hai tolte, e ben più; e gioia or n’ha esso; ma pena poi tu. V Sei l’umile ancella; ma reggi la casa: tu sgridi a buon’ora, mentre impazïente passeggi, gl’ignavi che dormono ancora. E quando tu muovi dal canto, la rondine è ancora nel nido; e quando comincia il suo canto, già ode per casa il tuo strido. E l’alba il suo cielo rischiara, ma prima lo spruzza e imperlina, così come tu la tua cara casina. VI Sei l’umile ancella, ma regni su l’umile casa pulita. Minacci, rimproveri; insegni ch’è bella, se pura, la vita. Insegni, con l’acre tua cura rodendo la pietra e la creta, che sempre, per essere pura, si logora l’anima lieta. Insegni, tu sacra ad un rogo non tardo, non bello, che più di ciò che tu mondi, ti logori tu! Il cioccoCANTO PRIMO Il babbo mise un gran ciocco di quercia su la brace; i bicchieri avvinò; sparse il goccino avanzato; e mescè piano piano, perchè non croccolasse, il vino. Ma, presa l’aria, egli mesceva andante. E ciascuno ebbe in mano il suo bicchiere, pieno, fuor che i ragazzi: essi, al bicchiere materno, ognuno ne sentiva un dito. Fecero muti i vegliatori il saggio, lodando poi, parlando dei vizzati buoni; ma poi passarono allo strino, quindi all’annata trista e tribolata. E le donne ripresero a filare, con la rócca infilata nel pensiere: tiravano prillavano accoccavano sfacendo i gruppi a or a or coi denti. Come quando nell’umida capanna le magre manze mangiano, e via via, soffiando nella bassa greppia vuota, alzano il muso, e dalla rastrelliera tirano fuori una boccata d’erba; d’erba lupina co’ suoi fiori rossi, nel maggio indafarito, ma nel verno, d’arida paglia e tenero guaime; così dalla mannella, ogni momento, nuova tiglia guidata era nel fuso. Io dissi: «Brucia la capanna a gente!» E i vegliatori, col bicchiere in mano, tutti volsero gli occhi alla finestra, quasi vedere il lustro della vampa, ad ascoltare il martellare a fuoco, ton ton ton, nella notte insonnolita. Non c’era nella notte altro splendore che di lontane costellazioni, e non c’era altro suono di campana, se non della campana delle nove, che da Barga ripete al campagnolo: —Dormi, che ti fa bono! bono! bono!— Non capparone ardeva per le selve, zeppo di fronde aspre dal tramontano; non meta di vincigli di castagno, fatti d’agosto per serbarli al verno; non metato soletto in cui seccasse a un fuoco dolce il dolce pan di legno: sopra le cannaiole le castagne cricchiano, e il rosso fuoco arde nel buio. Al buio il rio mandava un gorgoglìo, come s’uno ci fosse a succhiar l’acqua. Tutto era pace: sotto ogni catasta sornacchiava il suo ghiro rattrappito. In cima al colle un nero metatello fumava appena in mezzo alla Grand’Orsa. Che bruciava? . . . La quercia, assai vissuta fu scalzata da molte opre, e fu svelta e giacque morta. Ma la secca scorza, all’acqua e al sole rifiorì di muschi; e un’altra vita brulicò nel legno che intarmoliva: un popolo infinito che ben sapeva l’ordine e la legge, v’impresse i solchi di città ben fatte. E chi faceva nuove case ai nuovi, e chi per tempo rimettea la roba, e chi dentro allevava i dolci figli, e chi portava i cari morti fuori. Quando s’udì l’ingorda sega un giorno rodere rauca torno torno il tronco; e il secco colpo rimbombò del mazzo calato da un ansante ululo d’uomo. E il tronco sodo ora sputava fuori la zeppola d’acciaio con uno sprillo, or la pigliava, e si sentiva allora crepare il legno frangolo, e stioccare le stiglie, or dalla gran forza strappate, ora recise dalla liscia accetta: lucida accetta che alzata a due mani spaccava i ciocchi e ne facea le schiampe. Le schiampe alcuno accatastò; poi altri se le portò nella legnaia opaca. Del popolo infinito era una gente rimasta in un dei ciocchi. Ebbe l’accetta molte case distrutte, ebbe d’un colpo il mazzo molte sue tribù schicciate. Ma i sorvissuti non sapean già nulla: chè volgendo i lor mille anni in un anno, chi schivò l’ascia, chi campò dal mazzo, l’ago sentì, che, dopo un po’ che cuce il Tempo, uggito, punta nel lavoro, e se ne va. Nessuno ora sapeva che il mondo loro fu congiunto al tutto della gran quercia, sotto un cielo azzurro. Sapeva ognuno che non c’era altr’aria che quell’odor di mucido, altro suono che il grave gracilar delle galline e il sottile stridìo dei pipistrelli: dei pipistrelli, che pendeano a pigne dai cantoni, nel giorno, quando il sole facea passare i fili suoi tra i licci d’una tela che ordiva un vecchio ragno. Così passava la lor cauta vita nell’odoroso tarmolo del ciocco: e chi faceva nuove case ai nuovi, e chi per tempo rimettea la roba, e chi dentro allevava i dolci figli, e chi portava i cari morti fuori. E videro l’incendio ora e la fine i vegliatori: disse ognun la sua. E disse il Biondo, domator del ferro cui la verde Corsonna ama, e gli scende cantando per le selve allo stendino e per lui picchia non veduta il maglio: «Vogliono dire ch’hanno tutti i ferri, quanti con sè porta il bottaio, allora ch’è preso a opra avanti la vendemmia: l’aspro saracco, l’avido succhiello, e tenaglie che azzeccano, e rugnare di scabra raspa e scivolar di pialla. Chè non hanno bottega: a giro vanno come il nero magnano, quando passa con quello scampanìo sopra il miccetto; ossia concino, o fradicio ombrellaio, voce del verno, la qual morde il cuore a chi non fece le rimesse a tempo. Nè lëo lëo vanno, come loro. Piglian le gambe e stradano, la vita, come noi, strinta dal grembial di cuoio» E disse il Topo, portatore in collo, primo, fuor che del Nero; sì, ma questi porta più poco, e brontola incaschito: —Carico piccolo è che scenta il bosco—: «Vogliono dire ch’han la tiglia soda più che nimo altri che di mattinata porti in monte il cavestro e la bardella. E hanno l’arte, perchè intorno al peso girano ora all’avanti ora all’indietro or dalle parti, per entrarci sotto. Se lo possono, via, telano; quando non lo possono, vanno per aiuto; e su e su, per una carraiuola: come una nera fila di muletti di solitari carbonai, su l’Alpe, che in quel silenzio semina i tintinni de’ suoi sonagli. Alcuno ecco s’espone, come anco noi, per ragionar con altri che scende, e frescheggiare allo sciurino» E disse il Menno, vangatore a fondo, a cui la terra, nell’aprir d’aprile, rotta e domata ai piedi ansa e rifiata: e’ la sogguarda curvo su l’astile: «Ho inteso dire ch’hanno i suoi poderi, come noi. Sotto le città ben fatte coltano un campo sodo: che bel bello si fa lo scasso, e qua si tira dentro, là si leva la terra, e si tramuta con le pale o valletti e cestinelle. La pareggiano, seminano. Nasce un’erba. Ed ecco poi vanno a pulirla, levano il loglio, scerbano i vecciuli, e scentano la sciàmina, cattiva, e la gramigna, che riè cattiva, e i paternostri, ch’è peggior di tutte. A suo tempo si sega, lega, ammeta, scuote, ventola, spula. Eccolo bello nel bel soppiano dai due godi il grano » E disse il Bosco, buon pastor di monte, ch’era ad albergo: egli da Pratuscello mena il branco alla Pieve, a quei guamacci: per là dicon guamacci: è il terzo fieno: «Ho inteso dire ch’hanno le sue bestie: quali, pecore, e quali proprio bestie, ossia da frutto, ovvero anche da groppa. Ma piccoline e verdi queste, e quelle con una lana molle come sputo: pascono in cento un cuccolo di fiore. E il pastore ha due verghe, esso, non una: due, con nodetti, come canne; e molge con esse: le vellìca, e dànno il latte; o chiuse dentro, o fuori, per le prata: come noi, che si molge all’aria aperta, nella statina, le serate lunghe: quando su l’Alpe c’è con noi la luna sola, che passa, e splende sui secchielli, e il poggio rende un odorin che accora» E disse il Quarra, un capo, uno che molto girò, portando santi e re sul capo, di là dei monti e del sonante mare: ora s’è fermo, e campa a campanello: «Lessi in un libro, ch’hanno contadini come noi; ma non come mezzaiuoli timidi sol del Santo pescatore, e che, d’Ottobre, quando uno scasato, cerca podere, a lui dice il fringuello: —Ce n’è, ce n’è, ce n’è, Francesco mio!— Quelli no: sono negri. Alla lor terra venne un lontano popolo guerriero, che il largo fiume valicò sul ponte. Fecero un ponte: l’uno chiappò l’altro per le gambe, e così tremolò sopra l’acqua una lunga tavola. Fu presa la munita città, presi i fanciulli, ch’or sono schiavi e fanno le faccende; e il vincitore campa a campanello» E qui la China, madre d’otto figli già sbozzolati, accoccò il filo al fuso, mise il fuso sul legoro, le tiglie si strusciò dalla bocca arida; e disse: « Io l’ho vedute, come fanno ai figli le madri, ossia le balie. Hanno figlioli quasi fasciati dentro un bozzolino. Lo sa la mamma che lì dentro è chiuso il lor begetto, ch’è cicchin cicchino, e dorme, e gli fa freddo e gli fa caldo. Lasciano all’altre le faccende, ed esse altro non fanno che portare il loro furigello ora all’ombra ed ora all’aspro, in collo, come noi; ch’è da vedere come via via lo tengono pulito come lo fanno dolco con lo sputo; e infine con la bocca aprono il guscio, come a dire, le fasce; e il figliolino n’esce, che va da sè, ma gronchio gronchio» Così parlando, essi bevean l’arzillo vino, dell’anno. E mille madri in fuga correan pei muschi della scorza arsita, coi figli, e c’era d’ogni intorno il fuoco; e il fuoco le sorbiva con un breve crepito, nè quel crepito giungeva al nostro udito, più che l’erme vette d’Appennino e le aguzze alpi Apuane, assise in cerchio, con l’aeree grotte intronate dal cupo urlo del vento, odano lo stridor d’un focherello ch’arde laggiù laggiù forse un villaggio con le sue selve; un punto, un punto rosso or sì or no. Nè pur vedea la gente là, che moriva, i mostri dalla ferrea voce e le gigantesse filatrici: i mostri che reggean concavi laghi di sangue ardente, mentre le compagne con moto eterno, tra un fischiar di nembi, mordean le bigie nuvole del cielo. Ma non vedeva il popolo morente gli dei seduti intorno alla sua morte, fatti di lunga oscurità: vedeva, forse in cima all’immensa ombra del nulla, su, su, su, donde rimbombava il tuono della lor voce, nelle occhiute fronti, da un’aurora notturna illuminate, guizzare i lampi e scintillar le stelle. E lo Zi Meo parlò. Disse: «Formiche! L’altr’anno seminai l’erba lupina. Venne la pioggia: non ne nacque un filo. Vennero i soli: il campo parea sodo. Un giorno che v’andai, vidi sul ciglio del poggio un mucchiarello alto di chicchi. Guardai per tutto. Ad ogni poco c’era un mucchiarello. Erano i semi, i semi d’erba lupina. Avean rumato poco ? Non un chicco, ch’è un chicco, era rimasto! Aveano fatto, le formiche, appietto! E ben sì che v’avevo anco passato l’erpice a molti denti, e su la staggia, per tutte bene pianeggiar le porche, mi facev’ir di qua di là, come uno fa, nel passaggio, in mezzo all’Oceàno» CANTO SECONDO Ed il ciocco arse, e fu bevuto il vino arzillo, tutto. Io salutai la veglia cupo ronzante, e me ne andai: non solo: m’accompagnava lo Zi Meo salcigno. Era novembre. Già dormiva ognuno, sopra le nuove spoglie di granturco. Non c’era un lume. Ma brillava il cielo d’un infinito riscintillamento. E la Terra fuggiva in una corsa vertiginosa per la molle strada, e rotolava tutta in sè rattratta per le puntura dell’eterno assillo. E rotolando per fuggir lo strale d’acuto fuoco che le ruma in cuore, ella esalava per lo spazio freddo ansimando il suo grave alito azzurro. Così, nel denso fiato della corsa ella vedeva l’iridi degli astri sguazzare, e nella cava ombra del Cosmo ella vedeva brividi da squamme verdi di draghi, e svincoli da fruste rosse d’aurighi, e lampi dalle freccie de’ sagittari, e sprazzi dalle gemme delle corone, e guizzi dalle corde delle auree lire; e gli occhi dei leoni vigili e i sonnolenti occhi dell’orse. Noi scambiavamo rade le ginocchia sotto le stelle. Ad ogni nostro passo trenta miglia la terra era trascorsa, coi duri monti e le maree sonore. E seco noi riconduceva al Sole, e intorno al Sole essa vedea rotare gli altri prigioni, come lei, nel cielo, di quella fiamma, che con sè li mena. Come le sfingi, fosche atropi ossute, l’acri zanzare e l’esili tignuole, e qualche spolverio di moscerini, girano intorno una lanterna accesa: una lanterna pendula che oscilla nella mano d’un bimbo: egli perduta la monetina in una landa immensa, la cerca invano per la via che fece e rifà ora singhiozzando al buio: e nessun ode e vede lui, ch’è ombra, ma vede e svede un lume che cammina, nè par che vada, e sempre con lui vanno, gravi ronzando intorno a lui, le sfingi: lontan lontano son per tutto il cielo altri lumi che stanno, ombre che vanno, che per meglio vedere alzano in vano verso le solitarie Nebulose l’ardor di Mira e il folgorìo di Vega. Così pensavo; e non trovai me stesso più, nè l’alta marmorea Pietrapana, sopra un grano di polvere dell’ala della falena che ronzava al lume: dell’ala che in quel punto era nell’ombra; della falena che coi duri monti e col sonoro risciacquar dei mari mille miglia in quel punto era trascorsa. Ed incrociò con la sua via la strada d’un mondo infranto, e nella strada ardeva, come brillante nuvola di fuoco, la polvere del suo lungo passaggio. Ma niuno sa donde venisse, e quanto lontane plaghe già battesse il carro che senza più l’auriga ora sfavilla passando rotto per le vie del Sole. Nè sa che cosa carreggiasse intorno ad uno sconosciuto astro di vita, allora forse di su lui cantando i viatori per la via tranquilla; quando urtò, forviò, si spezzò, corse in fumo e fiamme per gli eterei borri, precipitando contro il nostro Sole, versando il suo tesoro oltresolare: stelle; che accese in un attimo e spente, rigano il cielo d’un pensier di luce. Là, dove i mondi sembrano con lenti passi, come concorde immensa mandra, pascere il fior dell’etere pian piano, beati della eternità serena; pieno è di crolli, e per le vie, battute da stelle in fuga, come rossa nube fuma la densa polvere del cielo; e una mischia incessante arde tra il fumo delle rovine, come se Titani aeriformi, agli angoli del Cosmo, l’un l’altro ardendo di ferir, lo spazio fendessero con grandi astri divelti. Ma verrà tempo che sia pace, e i mondi, fatti più densi dal cader dei mondi, stringan le vene e succhino d’intorno e in sè serrino ogni atomo di vita quando sarà tra mondo e mondo il Vuoto gelido oscuro tacito perenne; e il Tutto si confonderà nel Nulla, come il bronzo nel cavo della forma; e più la morte non sarà. Ma il vento freddo che sibilando odo staccare le foglie secche, non sarà più forse, quando si spiccherà l’ultima foglia ? E nel silenzio tutto avrà riposo dalle sue morti; e ciò sarà la morte. Io riguardava il placido universo e il breve incendio che v’ardea da un canto. Tempo sarà (ma è! poi ch’ il veloce immobilmente fiume della vita è nella fonte, sempre, e nella foce), tempo, che persuasa da due dita leggiere, mi si chiuda la pupilla: nè però sia la visïon finita. Oh! il cieco io sia che, nella sua tranquilla anima, vede, fin che sa che intorno a lui c’è qualche aperto occhio che brilla! Così, quand’io, nel nostro breve giorno, guardo, e poi, quasi in ciò che guardo, un velo fosse, un’ombra, col lento occhio ritorno a un guizzo d’ala, a un tremolìo di stelo: quando a mirar torniamo anche una volta ciò ch’arde in cuore, ciò che brilla in cielo; noi s’è la buona umanità che ascolta l’esile strido, il subito richiamo, il dubbio della umanità sepolta: e le risponde:—Io vivo, sì, viviamo— Tempo sarà che tu, Terra, percossa dall’urto d’una vagabonda mole, divampi come una meteora rossa; e in te scompaia, in te mutata in Sole, morte con vita, come arde e scompare la carta scritta con le sue parole. Ma forse allora ondeggerà nel Mare del nettare l’azzurra acqua, e la vita verzicherà su l’Appennin lunare. La vecchia tomba rivivrà, fiorita di ninfèe grandi, e più di noi sereno vedrà la luce il primo Selenita. Poi, la placida notte, quando il Seno dell’iridi ed il Lago alto e selvaggio dei sogni trema sotto il Sol terreno; errerà forse, in quell’eremitaggio del Cosmo, alcuno in cerca del mistero; e nello spettro ammirerà d’un raggio la traccia ignita dell’uman pensiero. O sarà tempo, che di là, da quella profondità dell’infinito abisso, dove niuno mai vide orma di stella; un atomo d’un altro atomo scisso in mille nulla, a mezzo il dì, da un canto guardi la Terra come un occhio fisso; e venga, e sembri come un elïanto, la notte, e il giorno, come luna piena; e la Terra alzi il cupo ultimo pianto; e sotto il nuovo Sole che balena nella notte non più notte, risplenda la Terra, come una deserta arena; e Sole avanzi contro Sole, e prenda già mezzo il cielo, e come un cielo immenso su noi discenda, e tutto in lui discenda Io guardo là dove biancheggia un denso sciame di mondi, quanti atomi a volo sono in un raggio: alla Galassia: e penso: O Sole, eterno tu non sei—nè solo!— Anima nostra! fanciulletto mesto! nostro buono malato fanciulletto, che non t’addormi, s’altri non è desto! felice, se vicina al bianco letto s’indugia la tua madre che conduce la tua manina dalla fronte al petto; contento almeno, se per te traluce l’uscio da canto, e tu senti il respiro uguale della madre tua che cuce; il respiro o il sospiro; anche il sospiro; o almeno che tu oda uno in faccende per casa, o almeno per le strade a giro; o veda almeno un lume che s’accende da lungi, e senta un suono di campane che lento ascende e che dal cielo pende; almeno un lume, e l’uggiolìo d’un cane: un fioco lume, un debole uggiolìo: un lumicino . . . Sirio: occhio del Cane che veglia sopra il limitar di Dio! Ma se al fine dei tempi entra il silenzio ? se tutto nel silenzio entra? la stella della rugiada e l’astro dell’assenzio? Atair, Algol? se, dopo la procella dell’Universo, lenta cade e i Soli la neve della Eternità cancella? che poseranno senza mai più voli nè mai più urti nè mai più faville, fermi per sempre ed in eterno soli! Una cripta di morti astri, di mille fossili mondi, ove non più risuoni nè un appartato gocciolìo di stille; non fumi più di tanti milioni d’esseri, un fiato; non rimanga un moto, delle infinite costellazioni! Un sepolcreto in cui da sè remoto dorma il gran Tutto, e dalle larghe porte non entri un sogno ad aleggiar nel vuoto sonno di ciò che fu!—Questa è la morte!— Questa, la morte! questa sol, la tomba se già l’ignoto Spirito non piova con un gran tuono, con una gran romba; e forse le macerie anco sommuova, e batta a Vega Aldebaran che forse dian, le due selci, la scintilla nuova; e prenda in mano, e getti alle lor corse, sotto una nuova lampada polare, altri Cigni, altri Aurighi, altre Grand’Orse; e li getti a cozzare, a naufragare, a seminare dei rottami sparsi del lor naufragio il loro etereo mare; e li getti a impietrarsi e consumarsi, fermi i lunghi millenni de’ millenni nell’impietrarsi, ed in un attimo arsi; all’infinito lor volo li impenni, anzi no, li abbandoni all’infinita loro caduta: a rimorir perenni: alla vita alla vita, anzi: alla vita! Io mi rivolgo al segno del Leone dond’arde il fuoco in che si muta un astro, alle Pleiadi, ai Carri, alle Corone, indifferenti al tacito disastro; ai tanti Soli, ai Soli bianchi, ai rossi Soli, lucenti appena come crune, ai lor pianeti, ignoti a noi, ma scossi dalla misterïosa ansia comune; a voi, a voi, girovaghe Comete che sapete le vie del ciel profondo; o Nebulose oscure, a voi, che siete granai del cielo, ogni cui grano è un mondo; di là di voi, di là del firmamento, di là del più lontano ultimo Sole; io grido il lungo fievole lamento d’un fanciulletto che non può, non vuole dormire! di questa anima fanciulla che non ci vuole, non ci sa morire! che chiuder gli occhi, e non veder più nulla, vuole sotto il chiaror dell’avvenire! morire, sì; ma che si viva ancora intorno al suo gran sonno, al suo profondo oblìo; per sempre, ov’ella visseun’ora; nella sua casa, nel suo dolce mondo: anche, se questa Terra arsa, distrutto questo Sole, dall’ultimo sfacelo un astro nuovo emerga, uno, tra tutto il polverìo del nostro vecchio cielo. Così pensavo; e lo Zi Meo guardando ciò ch’io guardava, mormorò tranquillo: «Stellato fisso: domattina piove». Era andato alle porche il suo pensiero. Bene egli aveva sementato il grano nella polvere, all’aspro; e san Martino avea tenuta per più dì la pioggia per non scoprire e portar via la seme. Ma era già durata assai la state di san Martino, e facea bono l’acqua. E lo Zi Meo, sicuro di svegliarsi domani al rombo d’una grande acquata, era contento, e andava a riposare, parlando di Chioccetta e di Mercanti, sopra le nuove spoglie di granturco, la cara vita cui nutrisce il pane. Foglie morteOh! che già il vento volta e porta via le pioggie! Dentro la quercia folta ruma le foglie roggie che si staccano, e fru . . . partono; un branco ad ogni soffio che l’avviluppi. Par che la quercia sogni ora, gemendo, i gruppi del novembre che fu. Volano come uccelli, morte nel bel sereno: picchiano nei ramelli del roseo pesco, pieno de’ suoi cuccoli già. E il roseo pesco oscilla pieno di morte foglie: quale s’appende e prilla, quale da lui si toglie con un sibilo, e va. Ma quelle foglie morte che il vento, come roccia, spazza, non già di morte parlano ai fiori in boccia, ma sussurrano—Orsù! Dentro ogni cocco all’uscio vedo dei gialli ugnoli: tu che costì nel guscio di più covar ti duoli, che ti pèriti più? Fuori le aluccie pure, tu che costì sei vivo! Il vento ruglia . . . eppure esso non è cattivo. Ruglia, brontola: ma contende a noi! Chè tutto vuol che sia mondo l’orto pei nuovi fiori, e il brutto, il secco, il vecchio, il morto, vuol che netti di qua. Noi c’indugiammo dove nascemmo, un po’, ma era per ricoprir le nuove gemme di primavera.. .— Così dicono, e fru . . . partono, ad un rabbuffo più stridulo e più forte. E tra un voletto e un tuffo vanno le foglie morte, e non tornano più. Canzone di MarzoChe torbida notte di marzo! Ma che mattinata tranquilla! che cielo pulito! che sfarzo di perle! Ogni stelo, una stilla che ride: sorriso che brilla su lunghe parole. Le serpi si sono destate col tuono che rimbombò primo. Guizzavano, udendo l’estate, le verdi cicigne tra il timo; battevan la coda sul limo le biscie acquaiole. Ancor le fanciulle si sono destate, ma per un momento: pensarono serpi, a quel tuono; sognarono l’incantamento. In sogno gettavano al vento le loro pezzuole. Nell’aride bresche anco l’api si sono destate agli schiocchi. La vite gemeva dai capi, fremevano i gelsi nei nocchi. Ai lampi sbattevano gli occhi le prime viole. Han fatto, venendo dal mare, le rondini tristo viaggio. Ma ora, vedendo tremare sopr’ogni acquitrino il suo raggio, cinguettano in loro linguaggio, ch’è ciò che ci vuole. Sì, ciò che ci vuole. Le loro casine, qualcuna si sfalda, qualcuna è già rotta. Lavoro ci vuole, ed argilla più salda; perchè ci stia comoda e calda la garrula prole. ValentinoOh! Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini! Solo, ai piedini provati dal rovo porti la pelle de’ tuoi piedini; porti le scarpe che mamma ti fece, che non mutasti mai da quel dì, che non costarono un picciolo: in vece costa il vestito che ti cucì. Costa; ché mamma già tutto ci spese quel tintinnante salvadanaio: ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese, per riempirlo, tutto il pollaio. Pensa, a Gennaio, che il fuoco del ciocco non ti bastava, tremavi, ahimè!, e le galline cantavano, Un cocco! ecco ecco un cocco un cocco per te! Poi, le galline chiocciarono, e venne Marzo, e tu, magro contadinello restasti a mezzo, così, con le penne, ma nudi i piedi, come un uccello: come l’uccello venuto dal mare, che tra il ciliegio salta, e non sa ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare, ci sia qualch’altra felicità. Il crocoI O pallido croco, nel vaso d’argilla, ch’è bello, e non l’ami, coi petali lilla tu chiudi gli stami di fuoco: le miche di fuoco coi lunghi tuoi petali chiudi nel cuore tu leso, o poeta dei pascoli, fiore di croco! Vuoi l’acqua di polla ravvivi, o viole, non chi la sua zolla rivuole ! II Ma messo ad un riso di luce e di cielo, per subito inganno ritorna il tuo stelo colà donde l’hanno diviso: tu pallido, e fiso nel raggio che accora, nel raggio che piace, dimentichi ch’ora sei esule, lacero, ucciso: tu apri il tuo cuore, ch’è chiuso, che duole, ch’è rotto, che muore, nel sole! La viteOr che il cucco forse è vicino, mentre i peschi mettono il fiore, cammino, e mi pende all’uncino la spada dell’agricoltore. Il pennato porto, chè odo già la prima voce del cucco cu . . . su. . . io rispondo a suo modo: mi dice ch’io cucchi, e sì, cucco. Sì, ti cucco, vite, chè senti già nel sole stridere l’api: ti taglio ogni vecchio sarmento, ti lascio tre occhi e due capi. O che piangi, vite gentile, perchè al vento stai nuda nata? Se anch’io tra i fioretti d’aprile sembravo una vite tagliata! Piangi quello che ti si toglie ? Ma ti cucco, taglio ed accollo, perchè, quando cadon le foglie, tu abbia un tuo qualche grispollo! O mia vite . . . no, o mia vita, così torta meglio riscoppi! E poi . . . com’è buono, alle dita, l’odore di gemme di pioppi! E parlare, ritto su loro, col venuto di là dal mare, chiedendogli, in mezzo al lavoro, quant’anni si deve campare! Il sonnellinoGuardai, di tra l’ombra, già nera, del sonno, smarrendo qualcosa lì dentro: nell’aria non era che un cirro di rosa. E il cirro dal limpido azzurro splendeva sui grigi castelli, levando per tutto un sussurro d’uccelli; che sopra le tegole rosse del tetto e su l’acque del rio cantavano, e non che non fosse silenzio ed oblìo: cantavano come non sanno cantare che i sogni nel cuore, che cantano forte e non fanno rumore. E io mi rivolsi nel blando mio sonno, in un sonno di rosa, cercando cercando cercando quel vecchio qualcosa; e forse lo vidi e lo presi, guidato da un canto d’uccelli, non so per che ignoti paesi più belli. .. che pure ravviso, e mi volgo, più belli, a guardarli più buono . . Ma tutto mi toglie la folgore . . . O subito tuono! ch’hai fatto succedere a un’alba piaciuta tra il sonno, passata nel sonno, una stridula e scialba giornata! La biciclettaI Mi parve d’udir nella siepe la sveglia d’un querulo implume. Un attimo . . .Intesi lo strepere cupo del fiume. Mi parve di scorgere un mare dorato di tremule messi. Un battito . . . Vidi un filare di neri cipressi. Mi parve di fendere il pianto d’un lungo corteo di dolore. Un palpito . . . M’erano accanto le nozze e l’amore. dlin . . . dlin . . . II Ancora echeggiavano i gridi dell’innominabile folla; che udivo stridire gli acrìdi su l’umida zolla. Mi disse parole sue brevi qualcuno che arava nel piano: tu, quando risposi, tenevi la falce alla mano. Io dissi un’alata parola, fuggevole vergine, a te; la intese una vecchia che sola parlava con sè. dlin . . . dlin . . . III Mia terra, mia labile strada, sei tu che trascorri o son io ? Che importa? Ch’io venga o tu vada, non è che un addio! Ma bello è quest’impeto d’ala, ma grata è l’ebbrezza del giorno. Pur dolce è il riposo . . . Già cala la notte: io ritorno. La piccola lampada brilla per mezzo all’oscura città. Più lenta la piccola squilla dà un palpito, e va. . . dlin… dlin… La figlia maggioreNinnava ai piccini la culla, cuciva ai fratelli le fasce: non sapeva, madre fanciulla, come si nasce. Nel cantuccio, zitta, da brava, preparava cercine e telo pei bimbi che mamma le andava a prendere in cielo. Or cantano i passeri intorno la piccola croce, in amore. . . chè lo seppe, misera, un giorno, come si muore! L’erba è verde, piena di grilli. Non un passo, non una voce mai. Vivono, loro, tranquilli intorno la croce. Si beccano, s’amano, pascono, in mezzo a quel pieno di cose e di silenzio, dove il verbasco fa tra le rose. No, passeri! su le sue zolle, no! non fate tanto vicino! Là fitto di bianche corolle è il pero e il susino. Andate su l’albero in fiore che al vento si dondola e culla! Non turbate l’umile cuore che non sa nulla! Passa il vento come un respiro caldo, lungo, dolce, che porta su l’alito il polline in giro. . . sopra la morta. No, vento d’aprile, no, vento d’amore, no tanto vicino! Là nei campi bacia il frumento, soffia tra il lino! Fa che venga l’anima ai cardi, che le viti tengano il raspo: fa che abbiano l’accia, più tardi, il guindolo e l’aspo. Ma l’erba qui prima del fiore, ma il fiore qui prima del seme, la frullana taglia, e due ore sibila e freme. Un vecchione falcia e raduna l’erbe e i fiori di primavera; poi tutto egli brucia, là, una limpida sera: la sera, una sera di maggio, che s’odono tanti stornelli di sui gelsi, e sente, il villaggio, di filugelli. Dal villaggio vedon la fiamma ch’arde sola, rossa, in quel canto: la vedono gli occhi di mamma pieni di pianto. Oh! piange, chè il vecchio le toglie qualcosa più che le togliesse: fili d’erba, piccole foglie, povera mèsse, fioritura, sì, bianca e rossa, della bimba, che non lo sa: sua sola, laggiù, nella fossa, maternità. L’usignolo e i suoi rivaliEgli coglieva ed ammucchiava al suolo secche le foglie del suo marzo primo (era il suo nuovo marzo), il rosignolo, per farsi il nido. E gorgheggiava in tanto tutto il gran giorno; e dolce più del timo e più puro dell’acqua era il suo canto. Cantava, quando, per le valli intorno, cu . . . cu . . . sentì ripetere, cu . . . cu . . . Ecco: al cuculo egli cedette il giorno, e di giorno non volle cantar più. Non più di giorno. Ma la notte! Appena la luna estiva, di tra l’alabastro delle rugiade, tremolò serena, riprese il verso; e d’or in poi soltanto cantava a notte; e lucido com’astro e soave com’ombra era il suo canto. Cantava, quando, da non so che grotte, sentì gemere, chiù. . . piangere, chiù. . . All’assïuolo egli lasciò la notte, anche la notte; e non cantò mai più. Or nè canta nè ode: abita presso il brusìo d’una fonte e d’un cipresso. Il fringuello ciecoFinch . . . finchè nel cielo volai, finch . . . finch’ebbi il nido sul moro; c’era un lume, lassù, in ma’ mai, un gran lume di fuoco e d’oro, che andava sul cielo canoro, spariva in un tacito oblio . . . Il sole! . . . Ogni alba nella macchia, ogni mattina per il brolo, «Ci sarà ?» chiedea la cornacchia; «Non c’è più!» gemea l’assïuolo; e cantava già l’usignolo: Addio addio dio dio dio dio . . . Ma la lodola su dal grano saliva a vedere ove fosse. Lo vedeva lontan lontano con le belle nuvole rosse. E, scesa al solco donde mosse, trillava: «C’è, c’è, lode a Dio!» « Finch . . . finchè non vedo, non credo » però dicevo a quando a quando. Il merlo fischiava «Io lo vedo»; l’usignolo zittìa spiando. Poi cantava gracile e blando: « Anch’io anch’io chio chio chio chio » Ma il dì ch’io persi cieli e nidi, ahimè che fu vero, e s’è spento! Sentii gli occhi pungermi, e vidi che s’annerava lento lento. Ed ora perciò mi risento: a O sol sol sol sol . . . sole mio ?» Il gelsomino notturnoE s’aprono i fiori notturni, nell’ora che penso a’ miei cari. Sono apparse in mezzo ai viburni le farfalle crepuscolari. Da un pezzo si tacquero i gridi: là sola una casa bisbiglia. Sotto l’ali dormono i nidi, come gli occhi sotto le ciglia. Dai calici aperti si esala l’odore di fragole rosse. Splende un lume là nella sala. Nasce l’erba sopra le fosse. Un’ape tardiva sussurra trovando già prese le celle. La Chioccetta per l’aia azzurra va col suo pigolio di stelle. Per tutta la notte s’esala l’odore che passa col vento. Passa il lume su per la scala; brilla al primo piano: s’è spento . . . È l’alba: si chiudono i petali un poco gualciti; si cova, dentro l’urna molle e segreta, non so che felicità nuova. Il poeta solitarioO dolce usignolo che ascolto (non sai dove), in questa gran pace cantare cantare tra il folto, là, dei sanguini e delle acace; t’ho presa—perdona, usignolo— una dolce nota, sol una, ch’io canto tra me solo solo, nella sera, al lume di luna. E pare una tremula bolla tra l’odore acuto del fieno, un molle gorgoglio di polla, un lontano fischio di treno . . . Chi passa, al morire del giorno, ch’ode un fischio lungo laggiù riprende nel cuore il ritorno verso quello che non è più. Si trova al nativo villaggio, vi ritrova quello che c’era: l’odore di mesi-di-maggio buon odor di rose e di cera. Ne ronzano le litanie, come l’api intorno una culla: ci sono due voci sì pie! di sua madre e d’una fanciulla. Poi fatto silenzio, pian piano, nella nota mia, che t’ho presa, risente squillare il lontano campanello della sua chiesa. Riprende l’antica preghiera, ch’ora ora non ha perchè; si trova con quello che c’era, ch’ora ora ora non c’è. Chi sono ? Non chiederlo. Io piango, ma di notte, perch’ho vergogna. O alato, io qui vivo nel fango. Sono un gramo rospo che sogna. La guazzaLaggiù, nella notte, tra scosse d’un lento sonaglio, uno scalpito è fermo. Non anco son rosse le cime dell’alpi. Nel cielo d’un languido azzurro, le stelle si sbiancano appena: si sente un confuso sussurro nell’aria serena. Chi passa per tacite strade? Chi parla da tacite soglie? Nessuno. È la guazza che cade sopr’aride foglie. Si parte, ch’è ora, nè giorno, sbarrando le vane pupille; si parte tra un murmure intorno di piccole stille. In mezzo alle tenebre sole, qualcuna riluce un minuto; riflette il tuo Sole, o mio Sole: poi cade: ha veduto. Primo cantoQuando apparisce l’oro nel grano col verdolino nuovo dei tralci, e già nell’ore d’ozio il villano sopra una pietra batte le falci; dall’aie, dalle prode, dal fimo che vaporando sente la state, voi con la gioia del canto primo, primi galletti, tutti cantate: Vita da re. . .! A tutte l’ore gettate all’aria, chi di tra i solchi, chi di sui rami, la vostra voce stridula e varia, chi, che ripeta, chi, che richiami. Chi fioco i versi muta e rimuta, chi strilla quasi lo correggesse: e l’uno dopo l’altro saluta la casa, il sole, l’ombra, la mèsse: Vita da re . . .! Galletti arguti, gloria dell’aia che da due mesi v’ospita e pasce, ora la vostra vecchia massaia, quando vi sente, pensa alle grasce: quando vi sente, pensa ai padroni il contadino vostro che miete, e mentre lega manne e covoni, galletti arguti, con voi ripete: Vita da re. . .! Quando, odorati sempre di lolla, lasciate i campi dove nasceste, perchè, se un’aspra mano vi sgrolla, voi vi beccate tra voi le creste ? Lunga è la strada, grave la state, vi stringe il duro cappio di tozzo: voi l’uno all’altro rimproverate quel vostro canto chiuso nel gozzo: Vita da re. . .! Poi nel paese, tra quattro mura, sotto il barlume forse d’un moggio, nella cucina tacita e scura voi ricordate l’aia ed il poggio; e mentre tutti dormono, e scialba geme la luce dalle finestre, come un lamento lungo su l’alba suona l’antico grido silvestre: Vita da re. . .! La canzone del girarrostoI Domenica! il dì che a mattina sorride e sospira al tramonto! . . . Che ha quella teglia in cucina? che brontola brontola brontola. . . È fuori un frastuono di giuoco, per casa è un sentore di spigo. . . Che ha quella pentola al fuoco ? che sfrigola sfrigola sfrigola. . . E già la massaia ritorna da messa; così come trovasi adorna, s’appressa: la brage qua copre, là desta, passando, frr, come in un volo, spargendo un odore di festa, di nuovo, di tela e giaggiolo. II La macchina è in punto; l’agnello nel lungo schidione è già pronto; la teglia è sul chiuso fornello, che brontola brontola brontola. . . Ed ecco la macchina parte da sè, col suo trepido intrigo: la pentola nera è da parte, che sfrigola sfrigola sfrigola. . . Ed ecco che scende, che sale, che frulla, che va con un dondolo eguale di culla. La legna scoppietta; ed un fioco fragore all’orecchio risuona di qualche invitato, che un poco s’è fermo su l’uscio, e ragiona. III È l’ora, in cucina, che troppi due sono, ed un solo non basta: si cuoce, tra murmuri e scoppi, la bionda matassa di pasta. Qua, nella cucina, lo svolo di piccole grida d’impero; là, in sala, il ronzare, ormai solo, d’un ospite molto ciarliero. Avanti i suoi ciocchi, senz’ira nè pena, la docile macchina gira serena, qual docile servo, una volta ch’ha inteso, nè altro bisogna: lavora nel mentre che ascolta, lavora nel mentre che sogna. IV Va sempre, s’affretta, ch’è l’ora, con una vertigine molle: con qualche suo fremito incuora la pentola grande che bolle. È l’ora: s’affretta, nè tace, chè sgrida, rimprovera, accusa, col suo ticchettìo pertinace, la teglia che brontola chiusa. Campana lontana si sente sonare. Un’altra con onde più lente, più chiare, risponde. Ed il piccolo schiavo già stanco, girando bel bello, già mormora, intavola! in tavola!, e dondola il suo campanello. Il viaticoLà, suonano a doppio. Si sente, qua presso, uno struscio di gente, e suona suona un campanello sul dolce mezzodì. Si sente una lauda che sale tra il fremito delle cicale per il sentiero, ove il fringuello cauto via via zittì E passa un branchetto . . . Son quelli. Son poveri bimbi in capelli, poi donne salmeggianti in coro, O vivo pan del ciel! . . . È un vecchio che parte; e il paese gli porta qualcosa che chiese, cantando sotto il cielo d’oro: O vivo pan del ciel! . . . qualcosa che in tanti e tanti anni, cercando tra gioie ed affanni, ancora non potè riporre da portar via con sè. E gli altri si assidono a mensa, ma egli ancor cerca, ancor pensa al niente, al niente che gli occorre, a un piccolo perchè, nel piccolo passo, ch’è un volo di mosca, ch’è un attimo solo. . . Quel giorno anche per me, campane, sonate pur così, quel canto, in quell’ora, s’inalzi, portatemi, o piccoli scalzi, portatelo anche a me quel pane, sul vostro mezzodì. La fonte di CastelvecchioO voi che, mentre i culmini Apuani il sole cinge d’un vapor vermiglio, e fa di contro splendere i lontani vetri di Tiglio; venite a questa fonte nuova, sulle teste la brocca, netta come specchio, equilibrando tremula, fanciulle di Castelvecchio; e nella strada che già s’ombra, il busso picchia de’ duri zoccoli, e la gonna stiocca passando, e suona eterno il flusso della Corsonna: fanciulle, io sono l’acqua della Borra, dove brusivo con un lieve rombo sotto i castagni; ora convien che corra chiusa nel piombo. A voi, prigione dalle verdi alture, pura di vena, vergine di fango, scendo; a voi sgorgo facile; ma, pure vergini, piango: non come piange nel salir grondando l’acqua tra l’aspro cigolìo del pozzo: io solo mando tra il gorgoglio blando qualche singhiozzo. Oh! la mia vita di solinga polla nel taciturno colle delle capre! udir soltanto foglia che si crolla, cardo che s’apre, vespa che ronza, e queruli richiami del forasiepe! Il mio cantar sommesso era tra i poggi ornati di ciclami sempre lo stesso; sempre sì dolce! E nelle estive notti, più, se l’eterno mio lamento solo s’accompagnava ai gemiti interrotti dell’assiuolo, più dolce, più! Ma date a me, ragazze di Castelvecchio, date a me le nuove del mondo bello: che si fa? le guazze cadono, o piove ? e per le selve ancora si tracoglie, o fate appietto? ed il metato fuma, o giàpicchiate ? aspettano le foglie molli la bruma, o le crinelle empite ne’ frondai in cui dall’Alpe è scesa qualche breve frasca di faggio ? od è già l’Alpe ormai bianca di neve ? Più nulla io vedo, io che vedea non molto quando chiamavo, con il mio rumore fresco, il fanciullo che cogliea nel folto macole e more. Col nepotino a me venìa la bianca vecchia, la Matta; e tuttavia la vedo andare come vaccherella stanca va col suo redo. Nella deserta chiesa che rovina, vive la bianca Matta dei Beghelli più ? desta lei la sveglia mattutina più, de’ fringuelli? Essa veniva al garrulo mio rivo sempre garrendo dentro sè, la vecchia: e io, garrendo ancora più, l’empivo sempre la secchia. Ah! che credevo d’essere sua cosa! Con lei parlavo, ella parlava meco, come una voce nella valle ombrosa parla con l’eco. Però singhiozzo ripensando a questa che lasciai nella chiesa solitaria, che avea due cose al mondo, e gliene resta l’una, ch’è l’aria. TemporaleÈ mezzodì. Rintomba. Tacciono le cicale nelle stridule seccie. E chiaro un tuon rimbomba dopo uno stanco, uguale, rotolare di breccie. Rondini ad ali aperte fanno echeggiar la loggia de’ lor piccoli scoppi. Già, dopo l’afa inerte, fanno rumor di pioggia le fogline dei pioppi. Un tuon sgretola l’aria. Sembra venuto sera. Picchia ogni anta su l’anta. Serrano. Solitaria s’ode una capinera, là, che canta . . . che canta . . . E l’acqua cade, a grosse goccie, poi giù a torrenti, sopra i fumidi campi. S’è sfatto il cielo: a scosse v’entrano urlando i venti e vi sbisciano i lampi. Cresce in un gran sussulto l’acqua, dopo ogni rotto schianto ch’aspro diroccia; mentre, col suo singulto trepido, passa sotto l’acquazzone una chioccia. Appena tace il tuono, che quando al fin già pare, fa tremare ogni vetro, tra il vento e l’acqua, buono, s’ode quel croccolare co’ suoi pigolìi dietro. La mia seraIl giorno fu pieno di lampi; ma ora verranno le stelle, le tacite stelle. Nei campi c’è un breve gre gre di ranelle. Le tremule foglie dei pioppi trascorre una gioia leggiera. Nel giorno, che lampi! che scoppi! Che pace, la sera! Si devono aprire le stelle nel cielo sì tenero e vivo. Là, presso le allegre ranelle, singhiozza monotono un rivo. Di tutto quel cupo tumulto, di tutta quell’aspra bufera, non resta che un dolce singulto nell’umida sera. E’, quella infinita tempesta, finita in un rivo canoro. Dei fulmini fragili restano cirri di porpora e d’oro. O stanco dolore, riposa! La nube nel giorno più nera fu quella che vedo più rosa nell’ultima sera. Che voli di rondini intorno! Che gridi nell’aria serena! La fame del povero giorno prolunga la garrula cena. La parte, sì piccola, i nidi nel giorno non l’ebbero intera. Nè io … che voli, che gridi, mia limpida sera! Don … Don … E mi dicono, Dormi! mi cantano, Dormi! sussurrano, Dormi! bisbigliano, Dormi! là, voci di tenebra azzurra … Mi sembrano canti di culla, che fanno ch’io torni com’era … sentivo mia madre … poi nulla … sul far della sera. Il sogno della vergineI La vergine dorme. Ma lenta la fiamma dal puro alabastro le immemori palpebre tenta; bussa alla chiusa anima. Il lume vacilla nell’ombra, come astro di vita tra un velo di brume. Echeggia nell’anima, invasa dal sonno, quel battere, e pare destare la tacita casa. La casa si desta: un sorriso s’accende, si muove ed appare via via qua e là per il viso . . . La vergine sogna; ed un rivo di sangue stupisce le intatte sue vene, d’un sangue più vivo, più’ tiepido: come di latte. . . II Stupisce le placide vene quel flutto soave e straniero quel rivolo, labile, lene, d’ignota sorgente, che sembra che inondi di blando mistero le pie sigillate sue membra. Le gracili membra non sanno lo schianto, non sanno l’amplesso: nel cuore, sì forse un affanno c’è, l’ombra di un palpito, l’orma d’un grido: il respiro sommesso d’un vago ricordo che dorma; che dorma nel cuore ed esali nel cuore il suo sonno romito. La vergine sogna: ecco, un alito piccolo, accanto . . . un vagito . . . III Un figlio! che posa nel letto suo vergine! e cerca assetato le fonti del vergine petto! O figlio d’un intimo riso dell’anima! o fiore non nato da seme, e sbocciato improvviso! Tu fiore non retto da stelo tu luce non nata da fuoco, tu simile a stella del cielo; dal cielo dell’anima, ov’ora sbocciasti improvviso, tra poco tu dileguerai nell’aurora. In tanto tu vivi per una breve ora; in un’anima, in tanto, di vergine: in quella tua cuna tu piangi il tuo tacito pianto. IV Si dondola dondola dondola senza rumore la cuna nel mezzo al silenzio profondo; così, come tacito al vento nel tacito lume di luna, si dondola un cirro d’argento. Oh! dormi col tremolìo muto dell’esile cuna che avesti! non piangerlo tutto, il minuto che avesti, dell’esile vita! nel cuore di mamma non resti quell’eco di pianto, infinita! Sorridile, guardala; appressati a mamma, ch’ormai non ha più, per vivere un poco ancor essa, che il poco di fiato ch’hai tu! V Il lume inquieto ora salta guizzando, ora crepita e scende: s’è spento. Quiete più alta. Nell’ombra già rara, già scialba traverso le immobili tende si sfuma la nebbia dell’alba. Il fiore improvviso, non sorto da seme, non retto da stelo. . . svanito! Non nato, non morto: svanito nell’alito chiaro dell’alba! svanito dal cielo notturno del sogno!—Cantarono i galli, rabbrividì l’aria, s’empì di scalpicci la via; da lungi squillò solitaria la voce dell’Avemaria— Ov’è?C’è uno di nuovo stamane su nella casa solitaria. Dall’uscio leva il muso il cane, ne odora la vocina in aria. Eppure fu notte serena! nè l’uscio sui gangheri appena ciulì . . . Non l’hanno (che dicono ?) preso in una ceppa di castagno! Stanotte si sarebbe inteso nel gran silenzio quel suo lagno. Invece nei prati tranquilli non c’era che il canto dei grilli: tri. . . tri. . . Non l’hanno comprato alla fiera, non l’hanno avuto dal convento. Stanotte per le vie non c’era che qualche scalpiccìo del vento; e intorno alle tacite case poi sola la voce rimase del chiù. Le case eran tacite; chiare le vie; dormiva il cane all’uscio. In casa egli dovette entrare, come il pulcino nel suo guscio! Cadevano stelle celesti, brillando . . . Oh! dal cielo cadesti pur tu! Dal cielo! Dal cielo! che piove la guazza su le dure zolle. Tu sei caduto, e non sai dove e giri l’occhio tutto molle. Non fu la caduta di nulla! Ma c’era una morbida culla per te! Oh! il mondo in cui oggi ti trovi, del tuo cielo non t’è più caro! fai tante rughe! e sempre muovi la bocca, che ci senti amaro! Oh! il cielo! il tuo cielo! e ne chiedi col fievole grido a chi vedi: ov’è? ov’è? Ne chiedi ai ragazzi, col giorno venuti sopra il piè leggieri, e alle rondini che intorno passano come lampi neri. Nè più, tra il bisbiglio e il sussurro capisci, il tuo cielo d’azzurro dov’è. Zitti! . . . ora non chiede più nulla: dov’è, sua madre gliel’ha detto. A lei lo porser dalla culla; la mamma se l’è messo al petto. Oh! ecco il suo cielo infinito! E più non si sente il vagito: ov’è? ov’è? La servetta di monteSono usciti tutti. La serva è in cucina, sola e selvaggia. In un canto siede ed osserva tanti rami appesi alla staggia. Fa un giro con gli occhi, e bel bello ritorna a guardarsi il pannello. Non c’è nulla ch’essa conosca. Tutto pende tacito e tetro. E non ode che qualche mosca che d’un tratto ronza ad un vetro; non ode che il croccolìo roco che rende la pentola al fuoco. Il musino aguzzo del topo è apparito ad uno spiraglio. È sparito, per venir dopo: fa già l’acqua qualche sonaglio . . Lontano lontano lontano si sente sonare un campano. È un muletto per il sentiero, che s’arrampica su su su; che tra i faggi piccolo e nero si vede e non si vede più. Ma il suo campanaccio si sente sonare continuamente. È forse anco un’ora di giorno. C’è nell’aria un fiocco di luna. Come è dolce questo ritorno nella sera che non imbruna! per una di queste serate! tra tanto odorino d’estate! La ragazza guarda, e non sente più il campano che a quando a quando. Glielo vela forse il torrente che a’ suoi piedi cade scrosciando; se forse non glielo nasconde la brezza che scuote le fronde; od il canto dell’usignolo che, tacendo passero e cincia, solo solo con l’assïuolo la sua lunga veglia comincia, ch’ha fine su l’alba, alla squilla, nel cielo, della tottavilla. Addio.
Dunque, rondini rondini, addio! Dunque andate, dunque ci lasciate per paesi tanto a noi lontani. È finita qui la rossa estate. Appassisce l’orto: i miei gerani più non hanno che i becchi di gru. Dunque, rondini rondini, addio! Il rosaio qui non fa più rose. Lungo il Nilo voi le rivedrete. Volerete sopra le mimose della Khala, dentro le ulivete del solingo Achilleo di Corfù. Oh! se, rondini rondini, anch’io. . . Voi cantate forse morti eroi, su quest’albe, dalle vostre altane, quando ascolto voi parlar tra voi nella vostra lingua di gitane, una lingua che più non si sa. Oh! se, rondini rondini, anch’io . . . O son forse gli ultimi consigli ai piccini per il lungo volo. Rampicati stanno al muro i figli che al lor nido con un grido solo si rivolgono a dire: Si va? Dunque, rondini rondini, addio! Non saranno quelle che le case han murato questo marzo scorso, che a rifarne forse le cimase strisceranno sopra il Rio dell’Orso, che rugliava, e non mormora più. Dunque, rondini rondini, addio! Ma saranno pur gli stessi voli; ma saranno pur gli stessi gridi; quella gioia, per gli stessi soli; quell’amore, negli stessi nidi: risarà tutto quello che fu. Oh! se, rondini rondini, anch’io. . . io li avessi quattro rondinotti dentro questo nido mio di sassi! ch’io vegliassi nelle dolci notti, che in un mesto giorno abbandonassi alla libera serenità! Oh! se, rondini rondini, anch’io . . . rivolando su le vite loro, ritrovando l’alba del mio giorno, rimurassi sempre il mio lavoro, ricantassi sempre il mio ritorno, mio ritorno dal mondo di là! La cavalla stornaNella Torre il silenzio era già alto. Sussurravano i pioppi del Rio Salto. I cavalli normanni alle lor poste frangean la biada con rumor di croste. Là in fondo la cavalla era, selvaggia, nata tra i pini su la salsa spiaggia; che nelle froge avea del mar gli spruzzi ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. Con su la greppia un gomito, da essa era mia madre; e le dicea sommessa: « O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; tu capivi il suo cenno ed il suo detto! Egli ha lasciato un figlio giovinetto; il primo d’otto tra miei figli e figlie; e la sua mano non tocco’ mai briglie. Tu che ti senti ai fianchi l’uragano, tu dai retta alla sua piccola mano. Tu c’hai nel cuore la marina brulla, tu dai retta alla sua voce fanciulla». La cavalla volgea la scarna testa verso mia madre, che dicea più mesta: « O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; lo so, lo so, che tu l’amavi forte! Con lui c’eri tu sola e la sua morte O nata in selve tra l’ondate e il vento, tu tenesti nel cuore il tuo spavento; sentendo lasso nella bocca il morso, nel cuor veloce tu premesti il corso: adagio seguitasti la tua via, perché facesse in pace l’agonia . . . » La scarna lunga testa era daccanto al dolce viso di mia madre in pianto. «O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna; oh! due parole egli dove’ pur dire! E tu capisci, ma non sai ridire. Tu con le briglie sciolte tra le zampe, con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli orecchi l’eco degli scoppi, seguitasti la via tra gli alti pioppi: lo riportavi tra il morir del sole, perché udissimo noi le sue parole». Stava attenta la lunga testa fiera. Mia madre l’abbraccio’ su la criniera. « O cavallina, cavallina storna, portavi a casa sua chi non ritorna! a me, chi non ritornerà più mai! Tu fosti buona . . . Ma parlar non sai! Tu non sai, poverina; altri non osa. Oh! ma tu devi dirmi una una cosa! Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise: esso t’è qui nelle pupille fise. Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. E tu fa cenno. Dio t’insegni, come». Ora, i cavalli non frangean la biada: dormian sognando il bianco della strada. La paglia non battean con l’unghie vuote: dormian sognando il rullo delle ruote. Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: disse un nome . . . Sonò alto un nitrito. In ritardoE l’acqua cade su la morta estate, e l’acqua scroscia su le morte foglie; e tutto è chiuso, e intorno le ventate gettano l’acqua alle inverdite soglie; e intorno i tuoni brontolano in aria; se non qualcuno che rotola giù. Apersi un poco la finestra: udii rugliare in piena due torrenti e un fiume; e mi parve d’udir due scoppiettìi e di vedere un nereggiar di piume. O rondinella spersa e solitaria, per questo tempo come sei qui tu ? Oh! non è questo un temporale estivo col giorno buio e con la rosea sera, sera che par la sera dell’arrivo, tenera e fresca come a primavera, quando, trovati i vecchi nidi al tetto, li salutava allegra la tribù. Se n’è partita la tribù, da tanto! tanto, che forse pensano al ritorno, tanto che forse già provano il canto che canteranno all’alba di quel giorno: sognano l’alba di San Benedetto nel lontano Baghirmi e nel Bornù. E chiudo i vetri. Il freddo mi percuote, L’acqua mi sferza, mi respinge il vento. Non più gli scoppiettìi, ma le remote voci dei fiumi, ma sgrondare io sento sempre più l’acqua, rotolare il tuono, il vento alzare ogni minuto più. E fuori vedo due ombre, due voli, due volastrucci nella sera mesta, rimasti qui nel grigio autunno soli, ch’aliano soli inmezzo alla tempesta: rimasti addietro il giorno del frastuono, delle grida d’amore e gioventù Son padre e madre. C’è sotto le gronde un nido, in fila con quei nidi muti, il lor nido che geme e che nasconde sei rondinini non ancor pennuti. Al primo nido già toccò sventura. Fecero questo accanto a quel che fu. Oh! tardi! Il nido ch’è due nidi al cuore, ha fame in mezzo a tante cose morte; e l’anno è morto, ed anche il giorno muore, e il tuono muglia, e il vento urla più forte, e l’acqua fruscia, ed è già notte oscura, e quello ch’era non sarà mai più. La tessitriceMi son seduto su la panchetta come una volta . . . quanti anni fa ? Ella, come una volta, s’è stretta su la panchetta. E non il suono d’una parola; solo un sorriso tutto pietà. La bianca mano lascia la spola. Piango, e le dico: Come ho potuto, dolce mio bene, partir da te? Piange, e mi dice d’un cenno muto: Come hai potuto ? Con un sospiro quindi la cassa tira del muto pettine a sè. Muta la spola passa e ripassa. Piango, e le chiedo: Perchè non suona dunque l’arguto pettine più? Ella mi fissa timida e buona: Perchè non suona? E piange, piange—Mio dolce amore, non t’hanno detto? non lo sai tu ? Io non son viva che nel tuo cuore. Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso per te soltanto; come, non so: in questa tela, sotto il cipresso, accanto alfine ti dormirò— Casa miaMia madre era al cancello. Che pianto fu! Quante ore! Lì, sotto il verde ombrello della mimosa in fiore! M’era la casa avanti, tacita al vespro puro, tutta fiorita al muro di rose rampicanti. Ella non anche sazia di lagrime, parlò: a Sai, dopo la disgrazia, ci ristringemmo un po’ . . . » Una lieve ombra d’ale annunzïò la notte lungo le bergamotte e i cedri del viale. «ci ristringemmo un poco, con le tue bimbe; e fanno . . . » Era il suo dire fioco fioco, con qualche affanno. S’udivano sussurri cupi di macroglosse su le peonie rosse e sui giaggioli azzurri. « Fanno per casa (io siedo) le tue sorelle tutto. Quando così le vedo, col grembiul bianco, in lutto . . . » Io vidi allor la mia vita passar soave, tra le sorelle brave, presso la madre pia. Dissi: «Oh! restare io voglio! Vidi nel mio cammino al sangue del trifoglio presso il celeste lino. Qui sperderò le oscure nubi e la mia tempesta, presso la madre mesta, tra le sorelle pure! Lavorerò di lena tutto il gran giorno; e sento ch’alla tua parca cena m’assiderò contento, quando dal mio lavoro, o la tua lieve mano od il vocìo lontano mi chiamerà, di loro. E sarò lieto e ricco io delle mie fatiche, quando ogni tenue chicco germinerà tre spiche. E comprerò leggiadre vesti alle mie fanciulle, e l’abito di tulle alla lor dolce madre» Così dicevo: in tanto ella piangea più forte, e gocciolava il pianto per le sue guancie smorte. S’udivano sussurri cupi di macroglosse su le peonie rosse e sui giaggioli azzurri. «Oh! tu lavorerai dove son io ? Ma dove son io, figliuolo, sai, ci nevica e ci piove!» lieve ombra d’ale annunziò la notte lungo le bergamotte e i cedri del viale. «Oh! dolce qui sarebbe vivere? oh! qui c’è bello? Altri qui nacque e crebbe! Io sto, vedi, al cancello» M’era la casa avanti tacita al vespro puro, tutta fiorita al muro di rose rampicanti. Mia madreZitti, coi cuori colmi, ci allontanammo un poco. Tra il nereggiar degli olmi brillava il cielo in fuoco. . . Come fa presto sera, o dolce madre, qui! Vidi una massa buia di là del biancospino: vi ravvisai la thuia, l’ippocastano, il pino. . . . . . Or or la mattiniera voce mandò il luì; Tra i pigolìi dei nidi, io vi sentii la voce mia di fanciullo . . . E vidi, nel crocevia, la croce. . . . sonava a messa, ed era l’alba del nostro dì: E vidi la Madonna dell’Acqua, erma e tranquilla, con un fruscìo di gonna, dentro, e l’odor di lilla. . . . pregavo . . . E la preghiera di mente già m’uscì! Sospirò ella, piena di non so che sgomento. Io me le volsi: appena vidi il tremor del mento. . . Come non è che sera, madre, d ‘un solo dì ? Me la miravo accanto esile sì, ma bella: pallida sì, ma tanto giovane! una sorella! bionda così com’era quando da noi partì. CommiatoUna stella sbocciò nell’aria. Le risplendè nelle pupille. Su la campagna solitaria tremava il pianto delle squille. —È ora, o figlio, ora ch’io vada. Sono stata con te lunghe ore. Tra questi bussi è la mia strada; la tua, tra quelle acacie in fiore. Sii buono e forte, o figlio mio: va dove t’aspettano. Addio! . . . Venir con te? Ma non è dato! Sai pure: m’han cacciata via. Ci fu chi non mi volle allato nel mondo, così larga via; chi non permise che, sai pure, stessi con le mie creature. . . . Tu venir qui ? Viene chi muore . . . E tu vuoi dunque venir qui. Sei stanco: è vero ? Hai male al cuore. Quel male l’ebbi anch’io, Zvanî! È un male che non fa dormire; ma che alfine poi fa morire— Si chiudevano i casolari. Cresceva l’ombra delle cose. Ancor tra i lontani filari traspariva color di rose. —Ma dimmi, o madre, dimmi almeno, se nel tramonto del suo giorno tuo figlio si deve sereno preparare per un ritorno! se ciò che qualcuno ci prende, v’è qualch’altro che ce lo rende! Ricorderò quella preghiera con quei gesti e segni soavi: tuo figlio risarà qual era allora che glieli insegnavi: s’abbraccerà tutto all’altare: ma fa che ritorni a sperare! A sperare e ora e nell’ora così bella se a te conduce! O madre, fa ch’io creda ancora in ciò ch’è amore, in ciò ch’è luce! O madre, a me non dire, Addio, se di là è, se teco è Dio!— Sfioriva il crepuscolo stanco. Cadeva dal cielo rugiada. Non c’era avanti me, che il bianco della silenziosa strada. GiovanninoIn una breccia, allo smorir del cielo, vidi un fanciullo pallido e dimesso. Il fior caduto ravvisò lo stelo; io nel fanciullo ravvisai me stesso. Ci rivedemmo all’ultimo riflesso; e sì: l’uno dell’altro ebbe pietà. Gli dissi: «Tu sei qui solo soletto: un mucchiarello d’alga presso il mare. Hai visto un chiuso, e tu non hai più tetto; di là c’è gente, e tu vorresti entrare. Oh! quella casa è senza focolare: non c’è, fuor che silenzio, altro, di là». Scosse i capelli biondi di su gli occhi. No!» mi rispose: «là c’è il camposanto. Tua madre ti riprende sui ginocchi; tu ti rivedi i fratellini accanto. Si trova un bacio quando qui s’è pianto; si trova quello che smarrimmo qui». O fior caduto alla mia vita nuova! » io rispondeva, «o raggio del mattino! Io persi quello che non più si trova, e vano è stato il lungo mio cammino. A notte io vedo stanco pellegrino, che deviai su l’alba del mio dì! Felice te che a quello che rimpiango, così da presso, al limitar, rimani!» « Misero me, che fuori ne rimango, così lontano come i più lontani! Alla porta che s’apre alzo le mani, ma tu sai ch’io . . . non posso entrarvi più. S’apre a tant’altri gracili fanciulli, addormentati sui lor lunghi temi, addormentati in mezzo ai lor trastulli; s’apre appena e si chiude e par che tremi; assai se, là, venir tra i crisantemi vedo la rossa veste di Gesù! . . .» |